A volte non c’è niente da aggiungere – un caso di Terapia a seduta singola (tss)

Scritto da Federico Piccirilli

Marco arriva puntuale. Anzi, arriva prima. È uno di quelli che anticipano per non rischiare di arrivare tardi, come se il ritardo fosse una colpa morale prima ancora che un inconveniente pratico. Si siede, sistema la postura, guarda intorno. È presente. Forse fin troppo presente. Di quelli che sembrano sempre un mezzo passo avanti rispetto a quello che sta succedendo, come se dovessero controllare anche l’ingresso nella stanza.

Lo capisci quasi subito che è una persona che non molla mai il volante. E infatti la prima cosa che dice ha il tono di una precisazione preventiva, una sorta di messa in chiaro:
“Io sto bene eh. Cioè… funziona tutto. Lavoro, relazione, vita normale. Solo che non mi riposo mai”.

Non dice “sono ansioso”. Non usa parole cliniche, né etichette. Dice “non mi fermo”. E già lì, se stai davvero ad ascoltare, senza correre a interpretare, diventa chiaro che quello che porta non è un problema nel senso classico del termine. È una modalità. Una modalità che ha funzionato, che ha fatto il suo lavoro egregiamente, forse anche troppo a lungo.

Marco parla come pensa. In modo ordinato, lineare, senza sbavature. Ogni frase sembra già revisionata mentre esce dalla bocca, come se ci fosse un correttore interno sempre attivo. Quando arriva a descrivere la sensazione che lo ha spinto a chiedere un incontro, la chiama “allerta”. Non paura, non angoscia. Allerta. Come uno stato di vigilanza continua, come se fosse sempre in attesa di un segnale, di un imprevisto, di una crepa da individuare prima che diventi pericolosa. E come se il suo compito fosse tappare tutto prima ancora che succeda qualcosa.

Gli chiedo cosa fa quando sente arrivare quella sensazione. Sorride, un sorriso rapido, quasi automatico.
“Quello che ho sempre fatto. Ci penso. Mi rassicuro. Mi dico che non ha senso. Che va tutto bene”.

Poi si ferma. Fa una pausa che non è solo silenzio, è un piccolo arresto interno.
“E non funziona”.

Ecco. Ci siamo.

Non serve andare lontano. Non serve scavare nella storia, né capire perché sia diventato così. Serve solo guardare con attenzione cosa sta succedendo adesso. Marco fa quello che gli riesce meglio, quello che ha sempre fatto. Controlla. E proprio questo, paradossalmente, è ciò che lo tiene sveglio, in tensione, in allerta permanente. Mentre ne parla, a un certo punto, lo dice lui. Senza che io debba fare nulla.
“È come se stessi cercando di spegnere un incendio con la benzina”.

Non lo correggo. Non lo riformulo. Non lo raffino. Lo lasciamo lì, così com’è. Perché quando una persona arriva a dirlo da sola, nel modo che le appartiene, non c’è bisogno di aggiungere altro.

Gli chiedo se esistono momenti in cui questa allerta si abbassa. Non se scompare. Se si abbassa anche solo un po’. Marco ci pensa più del solito. Non risponde subito. Poi dice di sì. Succede quando è preso, quando è immerso in qualcosa, quando smette di controllarsi e di guardarsi funzionare.
“Quando mi dimentico di me”.

Questa frase resta sospesa per un attimo. Non la analizziamo. Non la trasformiamo in concetto. La lasciamo fare il suo lavoro, che spesso è molto più efficace di qualsiasi spiegazione.

A questo punto la tentazione sarebbe quella di spiegare, di dare senso, di rimettere ordine. Ma non è quello che serve. Marco non ha bisogno di capire di più. Ha bisogno di smettere di fare una cosa. O meglio, di farla in modo diverso. Gli dico qualcosa di semplice, quasi irritante per uno come lui:
“Prova a non calmarti. Prova a non rassicurarti. Prova a non spegnere niente”.

Mi guarda. Non sorride più. Questa volta sta ascoltando davvero. Gli propongo di dare alla paura un posto preciso. Un tempo. Un confine. Non di eliminarla, ma di collocarla. Metterla in agenda, come tutto il resto della sua vita. Dentro quello spazio sì, fuori da lì no. Se arriva in altri momenti, si rimanda a quel posto. Senza trattative, senza discussioni.

Non gli chiedo se è d’accordo. Gli chiedo se gli sembra fattibile. Dice di sì, ma senza convinzione. Ed è perfetto così.

Prima di salutarci gli faccio un’ultima domanda:
“Se questa cosa iniziasse a funzionare già oggi, come te ne accorgeresti?”

Non parla di grandi cambiamenti. Non di svolte. Parla di micro-segnali. Un respiro che si allunga. Un pensiero lasciato andare. Il fatto di non intervenire subito. Ci alziamo. Non fissiamo nulla. Non c’è un lavoro da portare avanti. Se qualcosa deve succedere, succede fuori.

Dopo un po’ mi scrive. Non chiede un altro incontro. Racconta. Dice che la paura c’è ancora, ma che non comanda più lei. Dice che ha smesso di inseguirla. E che, stranamente, questo ha cambiato tutto. Non è diventato più leggero. È diventato meno impegnato a reggersi.

Ogni volta che succede qualcosa del genere mi torna in mente una cosa semplice, che dopo tanti anni continuo a dimenticare e a ritrovare. A volte non serve aggiungere strumenti, spiegazioni, percorsi. A volte basta togliere una lotta inutile. Restituire alla persona il diritto di sentire senza dover sistemare tutto.

Una conversazione. Fatta bene. Nel momento giusto.

E poi basta.

Bibliografia

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola: Principi e pratiche. Giunti Editore.

Watzlawick, P. (1978). Il linguaggio del cambiamento (trad. it.). Roma: Astrolabio.

Scritto da Federico Piccirilli

Co-Direttore dell'Istituto ICNOS, co-Founder Italian Center for Single Session Therapy, studia e pratica le Terapie Brevi dal 1999. Direttore del Centro APIS, Servizi di riabilitazione per l'età evolutiva. Tra i suoi libri: "Terapia a seduta singola. Principi e Pratiche" (con F. Cannistrà, tradotto in inglese e giapponese), "Terapia Breve Centrata sulla soluzione" (con F. Cannistrà)
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