Costruire la strada mentre ci si cammina: un caso clinico di Terapia a Seduta Singola in un contesto di dipendenza affettiva

Scritto da Valeria Campinoti

Il caso è stato anonimizzato e i dettagli identificativi modificati per proteggere la riservatezza della cliente. La pubblicazione avviene nel rispetto del codice deontologico degli psicologi e delle linee guida per la divulgazione clinica.

Abstract

Questo articolo descrive un caso clinico trattato con il modello della Terapia a Seduta Singola (TSS), in cui la cliente - denominata Martina per ragioni di riservatezza - si presenta in un momento di crisi relazionale e transizione identitaria. Il lavoro è strutturato come una TSS seguita da un incontro di follow-up, un formato che ritengo particolarmente adatto a clienti che non cercano un percorso lungo ma hanno bisogno di un intervento focalizzato, concreto e rispettoso dei propri tempi. Descrivo la prima seduta nel dettaglio, le tecniche utilizzate, i riferimenti teorici e i momenti di svolta e concludo con una riflessione sull'evoluzione osservata nel follow-up.

La cliente e la domanda di lavoro

Martina è una donna adulta che si rivolge a me con una richiesta che, nel tempo, ho imparato a riconoscere come una delle più frequenti e delle più complesse: sa perfettamente cosa non funziona nella sua relazione coniugale, ha consapevolezza delle dinamiche in atto, ma questa consapevolezza non basta a muoverla. Si sente bloccata. La rabbia è presente ma sommersa. Il senso di colpa è costante. L'energia, invece di orientarsi verso di sé, si disperde tutta nella gestione dell'altro.

È una presentazione che conosco bene: la scissione tra insight e azione, tra il sapere e il fare, è uno degli snodi clinici più ricorrenti nei contesti di dipendenza affettiva. La comprensione cognitiva della situazione non produce automaticamente cambiamento — anzi, a volte lo ostacola, perché dà l'illusione di essere già "a posto" senza che nulla si muova davvero nel vissuto emotivo e nei comportamenti quotidiani.

La domanda di lavoro Martina porta non è esplicita fin dall'inizio, ma emerge nel corso della seduta: non vuole che io le dica cosa fare. Vuole ritrovare se stessa.

Il modello di riferimento: la Terapia a seduta singola

Prima di descrivere il lavoro clinico, è utile chiarire la cornice entro cui si svolge.

La Terapia a Seduta Singola (Talmon, 1990; Hoyt & Talmon, 2014) nasce dall'osservazione empirica che una quota significativa di clienti - indipendentemente dall'orientamento teorico del terapeuta - traggono beneficio anche da un solo incontro, e che molti clienti che "abbandonano" la terapia dopo la prima seduta la considerano, retrospettivamente, sufficiente. A partire da questa evidenza, la TSS propone un cambio di paradigma: ogni seduta viene concepita come potenzialmente completa in sé, con un focus immediato sulla richiesta, sulla costruzione di un'esperienza trasformativa e sull'attivazione delle risorse già presenti nel cliente.

Nel caso di Martina, scelgo un formato che utilizzo frequentemente: una TSS come primo incontro, seguita da un unico follow-up a distanza di alcune settimane. Questo assetto risponde a più esigenze contemporaneamente: rispetta l'autonomia della cliente, non costruisce una dipendenza dal setting terapeutico - che rischierebbe di replicare la dinamica che stiamo cercando di trasformare - e lascia spazio al lavoro che avviene tra le sessioni, attraverso i compiti assegnati.

I principi fondamentali che guidano il mio lavoro nella TSS sono quattro:

  1. Ogni seduta è completa in sé. Opero come se questo potesse essere l'unico incontro disponibile, il che implica un focus immediato e una presenza piena.
  2. La cliente è esperta della propria vita. Il mio ruolo non è portare soluzioni, ma co-costruirle insieme, valorizzando ciò che già esiste.
  3. Il cambiamento è già in corso. Tra una sessione e l'altra, la cliente continua a lavorare. Il mio compito è amplificare ciò che è già in movimento.
  4. I compiti tra le sessioni sono parte integrante del trattamento. Non sono accessori: sono il prolungamento del lavoro clinico nella vita quotidiana.

La prima seduta: rabbia, autostima e il circolo vizioso senso di colpa/focus sull'altro

Il circolo vizioso come mappa

Uno dei primi movimenti che faccio in seduta è aiutare Simona a costruire una mappa del proprio funzionamento. Non come esercizio intellettuale, ma come strumento di orientamento: capire il meccanismo in cui siamo intrappolate è il primo passo per trovarne un'uscita.

Il circolo vizioso che emerge ha una struttura che mi è familiare, e che la letteratura sulla dipendenza affettiva descrive con grande accuratezza (Lancer, 2014; Beattie, 1987):

  • La rabbia, emozione legittima, proporzionata, adattiva, non viene espressa, perché esprimerla attiva immediatamente il senso di colpa.
  • Il senso di colpa sposta il focus sull'altro: Martina smette di chiedersi cosa sente lei e inizia a preoccuparsi di come sta il marito, di cosa pensa, di non ferirlo.
  • Questo scivolamento verso l'altro produce una perdita progressiva di contatto con sé stessa, con i propri bisogni, con la propria prospettiva.
  • La rabbia, non espressa e non elaborata, si accumula e il ciclo ricomincia.

Nominare questo meccanismo ad alta voce ha un effetto immediato su Martina: non la sorprende sul piano cognitivo, ma la colpisce sul piano emotivo. C'è qualcosa di liberatorio nel vedere disegnata la trappola in cui si trova, perché una trappola che si vede è già meno potente di una che si vive senza nominarla.

La rabbia come risorsa

Un nodo cruciale della prima seduta riguarda la relazione di Martina con la propria rabbia. Come spesso accade in chi ha sviluppato un funzionamento dipendente, la rabbia non è assente, è sepolta. È coperta da tristezza, da senso di colpa, da preoccupazione per l'altro. Ma è lì, e la sua presenza si avverte nel corpo, nella stanchezza, nella pesantezza.

Il mio intervento in questo punto è orientato a una rivalutazione dell'emozione: la rabbia non è un problema da eliminare, ma un segnale da ascoltare. Dal punto di vista della terapia focalizzata sulle emozioni (Greenberg, 2002), la rabbia adattiva è un'emozione primaria che porta con sé informazioni preziose: dice che un confine è stato violato, che un bisogno non è stato rispettato, che qualcosa di importante è in gioco.

Reincorniciare la rabbia in questi termini, ovvero da "qualcosa di cui vergognarsi" a "un segnale del tuo sistema che ti sta dicendo qualcosa di importante", è un momento di svolta nella seduta. Martina inizia ad ascoltarsi diversamente.

A partire da qui, assegno il primo compito: le lettere di rabbia. Lettere mai destinate all'invio, scritte per sé, in cui dare voce a tutto ciò che non è mai stato detto. La tecnica affonda le radici nella tradizione della scrittura espressiva (Pennebaker & Smyth, 2016) e viene frequentemente integrata nei protocolli brevi proprio perché produce effetti significativi tra una sessione e l'altra: permette uno scarico affettivo, riduce la fusione cognitiva con il punto di vista dell'altro, e aiuta la cliente a tornare alla propria prospettiva soggettiva.

Il senso di colpa come segnale dei bisogni insoddisfatti

Il senso di colpa è l'altro grande protagonista della prima seduta. Martina lo sperimenta in modo pervasivo: si sente in colpa quando pensa a sé stessa, quando immagina di separarsi, quando desidera qualcosa che il marito non approva.

La lettura che propongo sposta il significato di questa emozione. Il senso di colpa non viene trattato come un dato morale da giudicare, ma come un segnale somatico: quando compare, non chiedo a Martina "hai fatto qualcosa di sbagliato?", ma "di cosa hai bisogno che non stai permettendoti di avere?"

Questo approccio si inscrive nella tradizione della terapia focalizzata sulle emozioni (Greenberg, 2002), che distingue tra emozioni primarie adattive, emozioni primarie maladattive ed emozioni secondarie. Il senso di colpa cronico in chi è intrappolato in relazioni sbilanciate tende a funzionare come emozione secondaria: copre la rabbia, il dolore e, soprattutto, il bisogno legittimo di autonomia.

Reincorniciare il senso di colpa da "sono cattiva se penso a me stessa" a "questo senso di colpa mi segnala che i miei bisogni vengono da troppo tempo trascurati", è un momento di ristrutturazione cognitivo-emotiva che non nega l'esperienza della cliente, ma le offre una lente interpretativa più funzionale.

Il lavoro sull'autostima: essere genitori di se stessi

Il terzo nucleo tematico della prima seduta riguarda l'autostima o meglio, la sua assenza come esperienza interna stabile. Martina sa, a livello razionale, di avere valore. Ma questa conoscenza non è incarnata: non si sente capace, non si sente degna di occupare spazio con i propri bisogni.

In questo contesto, uno dei momenti più significativi della seduta emerge quasi per caso: Martina racconta di abbracciarsi da sola quando si sente sopraffatta, come gesto di autoconforto. Normalizzo e valorizzo questo comportamento, nominandolo con il termine tecnico di self-parenting (rigenitorializzazione di sé).

La nomina clinica di un comportamento spontaneo svolge una funzione precisa: trasforma un gesto istintivo in una competenza consapevole, e nel farlo rafforza il senso di efficacia personale della cliente. Non è più qualcosa che Martina fa senza saperlo, ma è qualcosa che sa di saper fare.

Lavoro anche sulla differenza, che emerge chiaramente nel corso della seduta, tra dire ad alta voce "ce la farò" e sentire internamente di potercela fare. Sono due livelli diversi, e confonderli porta spesso alla frustrazione delle affermazioni positive: se non sono radicate in un'esperienza corporea, rimangono vuote. L'obiettivo non è convincere Martina che ce la farà, ma creare le condizioni perché questa certezza possa emergere dall'interno, attraverso l'esperienza e l'azione.

I compiti tra le sessioni

Prima di chiudere la prima seduta, assegno due compiti principali, coerenti con i temi emersi:

1. Le lettere di rabbia. Come descritto sopra: lettere libere, non destinate all'invio, in cui dare voce alla rabbia accumulata. Suggerisco di scrivere senza censura, di non rileggere, di lasciare che le parole escano prima di giudicarle e poi di distruggere la lettera.

2. Una lista delle cose che le piacciono. Un compito apparentemente semplice, ma clinicamente rilevante: in chi ha sviluppato un funzionamento centrato sull'altro, la capacità di identificare i propri gusti, piaceri e desideri è spesso atrofizzata. Tornare a chiedersi cosa mi piace? è un atto di riorientamento verso il sé.

Il follow-up: cosa si è mosso

Quando Martina torna per il nostro incontro di follow-up, l'atmosfera è diversa. C'è ancora complessità perchè la situazione esterna non è cambiata, ma c'è anche qualcosa di nuovo: una maggiore leggerezza, una consapevolezza più incarnata, una capacità di stare nella propria prospettiva che nella prima seduta era ancora fragile.

Ha scritto le lettere di rabbia. Le descrive come un'esperienza di liberazione: la metafora che usa è quella di una pentola a pressione che finalmente si apre. Ha fatto la lista delle cose che le piacciono. Ha notato che c'era un'intera parte di sé di cui si era dimenticata.

Nel follow-up lavoriamo su diversi temi che emergono come naturale proseguimento della prima seduta: la costruzione di un'autonomia economica come premessa all'autonomia emotiva; infatti, Martina sta valutando un lavoro extra, nonostante le resistenze del marito e la capacità di distinguere la propria voce autentica da quella interiorizzata dell'altro. Su quest'ultimo punto introduco una domanda semplice ed efficace: "Quando senti questa voce che ti dice di non farcela... è davvero la tua voce?"

Assegno due nuovi strumenti per il lavoro autonomo. Il primo è una domanda quotidiana al risveglio, ispirata alla terapia orientata alla soluzione (De Shazer, 1988):

"Se io oggi fossi già sicura al 100% di farcela, cosa farei di diverso in questa giornata?"

Il secondo è la scrittura di una lettera dal futuro: la Martina del maggio 2027 che scrive alla Martina del maggio 2026, descrivendo come ha superato le difficoltà e cosa ha fatto per arrivarci. Una tecnica radicata nella narrative therapy (White & Epston, 1990) e nella proiezione verso il sé futuro (Oettingen, 2014), che permette di accedere alle proprie risorse come se fossero già disponibili, riducendo il senso di impotenza nel presente.

L'evoluzione che osservo tra la prima e la seconda seduta è quella che la TSS si aspetta e incoraggia: il cambiamento non avviene nella stanza, ma fuori nella vita quotidiana della cliente, attraverso i compiti, le riflessioni, le piccole azioni coraggiose che nessuno vede tranne lei.

Riflessioni conclusive

Il caso di Martina mi ricorda, ogni volta, perché lavoro con questo modello. La TSS non è una terapia "ridotta" o di serie B rispetto a percorsi più lunghi: è un approccio che richiede una presenza piena, un'attenzione clinica affinata e la capacità di fidarsi del cliente, della sua intelligenza, delle sue risorse, della sua capacità di portare avanti il lavoro da sola.

In un contesto di dipendenza affettiva, questa fiducia ha anche un significato terapeutico in sé: il terapeuta che non costruisce dipendenza dal setting dimostra, con i fatti, che è possibile stare in una relazione di cura senza dissolversi nell'altro.

La domanda che orienta tutto il percorso di Simona rimane quella che ha portato fin dall'inizio, anche quando non la formulava ancora con parole: non come uscire dalla relazione, ma come ritrovarsi dentro di sé.

Riferimenti bibliografici

  • Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. Freeman.
  • Beattie, M. (1987). Codependent no more. Hazelden.
  • Bowen, M. (1978). Family therapy in clinical practice. Aronson.
  • Campinoti, V. (2025). La dipendenza affettiva: strumenti e strategie di terapia breve. Roma: EPC editore.
  • De Shazer, S. (1988). Clues: Investigating solutions in brief therapy. Norton.
  • Greenberg, L. S. (2002). Emotion-focused therapy. APA.
  • Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2006). Acceptance and commitment therapy. Guilford.
  • Hoyt, M. F., & Talmon, M. (Eds.) (2014). Capturing the moment: Single session therapy and walk-in services. Crown House.
  • Lancer, D. (2014). Conquering shame and codependency. Hazelden.
  • Neff, K. (2011). Self-compassion. Morrow.
  • Oettingen, G. (2014). Rethinking positive thinking. Current.
  • Pennebaker, J. W., & Smyth, J. M. (2016). Opening up by writing it down. Guilford.
  • Segal, Z. V., Williams, J. M. G., & Teasdale, J. D. (2002). Mindfulness-based cognitive therapy for depression. Guilford.
  • Talmon, M. (1990). Single session therapy. Jossey-Bass.
  • White, M., & Epston, D. (1990). Narrative means to therapeutic ends. Norton.
  • Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2003). Schema therapy: A practitioner's guide. Guilford.

Scritto da Valeria Campinoti

Psicologa, Psicoterapeuta, docente dell'Istituto ICNOS e membro dell'Italian Center for Single Session Therapy in qualità di Business Designer Jr.
Nel corso del tempo ha rivestito diversi ruoli tra cui quello di Co-Direttrice del IV Simposio Internazionale di Terapia a Seduta Singola (Roma, 10-12 novembre 2023).
Specializzata in Psicologia delle Dipendenze comportamentali e da sostanze, ha collaborato con diverse comunità e condotto attività di ricerca-intervento sul disagio giovanile e il rapporto tra adolescenti e criminalità. Svolge attività di ricerca, formazione e divulgazione scientifica su tematiche riguardanti le Terapie Brevi e le dipendenze comportamentali, affettive e da sostanze.
Si occupa da tempo di Terapia Breve per la dipendenza affettiva, nello specifico aiutando le donne a superare in tempi brevi la fine di relazioni disfunzionali.

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