“Dai morsi di rabbia al mordente delle relazioni”: Storia di un bambino che addentava la comunicazione

Scritto da Francesca Moccia

“Se contieni la rabbia, esplode; se la liberi, uccide; se la ascolti, insegna”

Fabrizio Caramagna

 

I morsi tra segni e significati

Quando un bambino addenta altri bambini e/o adulti, i morsi rischiano di lasciare molti segni: per chi subisce i morsi, per il bambino che morde, per chi li deve prevenire e si trova ad intervenire, e per chi vorrebbe intervenire e si sente impotente di fronte a quello che potrebbe accadere. Disagio per il contesto, scuola e famiglie, e disagio per lo sviluppo, del bambino e della storia che rappresenterà lui e le persone che gli stanno accanto.

L’esplorazione con bocca e denti viene in qualche modo normalizzata quando i bambini sono molto piccoli, anche se si interviene sin da subito per limitare e ridurre il potere dei morsi. Con l’avvento della scuola dell’infanzia però questo comportamento si associa o diventa associabile ad altre difficoltà. Spesso, si chiama in causa il comportamento, l’educazione e il contesto.

Non riesce a tollerare la frustrazione?

Sta vivendo problemi in famiglia?

Vive male la scuola?

Rischia di diventare bullo?

Il film prodotto da domande, anche di senso comune, può andare avanti verso scenari sempre più catastrofici, talvolta introducendo parole che definiscono patologie come “disturbo oppositivo-provocatorio” fino a paventare quadri diagnostici futuri ancora più impattanti.

Ora, fermiamoci a guardare quel bambino. Non con gli occhi di chi vuole scovare le cause ma con lo sguardo di chi vuole conoscerlo.

Cosa ci sta comunicando?

Proviamo ad aprire l’orizzonte oltre i suoi morsi: come comunica nei diversi contesti e con diverse persone? Cosa gli fa brillare gli occhi? Cosa glieli spegne? Cosa lo acceca? Come funziona la sua interazione con il mondo? Quando, dove e con chi riesce ad esprimere le sue emozioni in modo funzionale? Cosa significa il contatto per lui?

Le risposte a queste domande ci possono aiutare a ridefinire i comportamenti in funzione delle interazioni e dello sviluppo poiché, anche di fronte ai morsi, c’è una forma di comunicazione e, in una diversa cornice di significato, intervenire sul mordere può com-portare sviluppare un mordente relazionale.

 

(Il caso clinico descritto in questo articolo NON è reale. Si tratta di una narrazione esemplificativa di un intervento di terapia breve in età evolutiva che prende spunto da più situazioni modificate e rese opportunamente irriconoscibili).

I morsi di Paolo

Paolo (nome di fantasia) è un bambino di 5 anni e la sua storia entra in terapia con i suoi genitori che chiedono aiuto dopo esser stati sollecitati dagli insegnanti. Questi ultimi, da un paio di mesi, con una frequenza di almeno una volta a settimana, si trovano ad intervenire spesso sui morsi del bambino ai danni di altri bambini della classe.

Il fattore scatenante non è facilmente identificabile da parte degli insegnanti, ma a loro avviso il comportamento tendenzialmente irrequieto del bambino ha avuto un’esacerbazione di recente, di fronte a situazioni in cui non gestisce la rabbia. Gli insegnanti dichiarano di averle provate tutte, dal parlargli spiegandogli che non si fa, alla sedia della calma, alle punizioni (ad esempio, “rimani seduto e non giochi in giardino insieme agli altri”).

I genitori, d’altro canto, riportano che talvolta il bambino manifesta questo comportamento anche con loro e con la sorellina di 3 anni. Raccontano, nello specifico, un paio di episodi in cui gli era stato detto di no rispetto al mangiare una merenda prima della cena o gli era stato detto di “lasciare in pace” la sorella, perché continuava a farle i “dispetti”, a loro avviso, prendendole i suoi giochi.

Ultimamente, si sentono esasperati da questa situazione, soprattutto in riferimento alla percezione di quanto avviene a scuola e degli occhi degli altri genitori che percepiscono addosso. Spesso, finiscono con l’arrabbiarsi molto con il figlio, per poi sentirsi tanto dispiaciuti vedendo la sua reazione di isolamento (“va in camera sua e non parla”, “si mette davanti alla televisione e sembra pensi ad altro”). Dichiarano che in una circostanza il figlio abbia detto loro che in quei momenti perde la lucidità e non riesce a controllarsi, quindi dal suo punto di vista non fa male agli altri di proposito.

La presa in carico: con chi si può lavorare, come e perchè

Quando arrivano in studio richieste di aiuto su situazioni “morsi agiti e/o subiti”, nell’ambito delle terapie brevi in età evolutiva si effettua tendenzialmente in prima battuta un incontro con i genitori. Il primo obiettivo è circoscrivere l’espressione del problema (dove si verifica, da quanto tempo, con quale frequenza, con chi si manifesta, come si esprime), accogliendo e ridefinendo in modo costruttivo le credenze e gli impatti emotivi relativi al problema.

Spesso, in questi casi, il lavoro sistemico-strategico indiretto risulta essere la strada più efficace e rapida per arrivare all’obiettivo, ossia aiutare il bambino a trasformare i morsi in una modalità di gestione e espressione emotiva e comunicativa più funzionale.

Secondo la nostra metodologia di lavoro, si tende ad applicare una logica che consenta di impostare il lavoro per gradi, valorizzando e potenziando le risorse attive e attivabili e bloccando, sin dall’inizio dell’intervento, le tentate soluzioni non risolutive.

Nella fase iniziale della terapia, quindi, sono state analizzate le tentate soluzioni messe in atto da tutti gli attori coinvolti, direttamente e/o indirettamente: Paolo, i genitori e gli insegnanti, e sono state indagate risorse, punti di forza, ed eccezioni al problema.

Alla luce di questi elementi, è emerso il paradosso che sembrava vivere Paolo: più cercava il contatto, più perdeva il controllo con il contatto (emotivo e relazionale) e più si ritrovava isolato.

In questo caso, così come nel caso di tanti bambini che agiscono comportamenti “aggressivi”, la rimodulazione delle azioni e reazioni del contesto (genitori e insegnanti) aiuta a sbloccare la situazione, alleggerendo il peso del problema che gravita anche sui bambini stessi.

Nell’intervento sono state utilizzate tecniche chiave nelle terapie indirette tramite genitori e insegnanti (Congiura del Silenzio sul problema, Osservazione senza intervenire con registrazione accurata degli episodi, Agire come se fosse la prima volta, Bloccare raccomandazioni preventive), che si possono rinvenire, per approfondimenti, nei riferimenti bibliografici riportati.

L’identificazione della paura più grande, ossia l’isolamento, è stato un elemento di focalizzazione importante all’interno del percorso. In relazione a ciò, si è ampliato e sostenuto il raggio di azione di genitori, insegnanti e famiglie, costruendo una rete che sa accogliere, riconoscere e valorizzare. Una rete che non ingabbia per controllare, finendo con isolare, ma che sostiene per crescere.

Riflessioni conclusive

In casi come questo, spesso, oltre a fornire indicazioni pratiche su come gestire situazioni critiche, si aiuta gli adulti ad agire, nelle interazioni comunicative, ponendosi come modelli relazionali per i bambini. Non è insolito che anche tra adulti si tenda ad attribuire all’esterno le responsabilità delle situazioni che non soddisfano i propri bisogni percepiti. E, di conseguenza, si fa fatica a “gestire” il contatto.

La ragione però non si strappa a morsi.

Porsi come modelli di modulazione emotiva, comunicativa e relazionale trasmette tanti significati. Tra questi: il non è necessario essere bravi in tutto per essere accettati e valorizzati; non si deve arrivare per primi per sentirsi migliori; si può andare oltre la vergogna per un errore imparando ad autoironizzarci; la rabbia, la paura o il dispiacere non sono emozioni negative in sé, e non vanno quindi combattute e annientate; il cercare di controllare/bloccare le emozioni spesso fa perdere il controllo dei comportamenti e delle conseguenze. Per i bambini e per i grandi.

Riferimenti bibliografici

Giannetti, A. & Moccia, F. (2025, in stampa). Famiglie, cambiamenti e risorse: quando la terapia a seduta singola fa squadra, Rivista Sperimentale di Freniatria.

Leonardi, F. & Tinacci, F. (2021). Manuale di psicoterapia strategica. Erickson Editore

Moccia, F., Cannistrà, F. & Piccirilli, F. (a cura di), (in preparazione). Terapie Brevi in Età Evolutiva.

Nardone, G. (2012). Aiutare i genitori ad aiutare i figli. Problemi e soluzioni per il ciclo di vita. Ponte alle Grazie.

Scarlaccini, F., Cannistrà, F. & Da Ros, T. (2017). Aiutami a diventare grande. Guida strategica per i problemi di comportamento di bambini e ragazzi. EPC.

Schleider, J. L. (2023). Little treatments big effects. How to Build Meaningful moments that Can Transform Your Mental Health. Robinson.

Yusuf, D. (2021). The Solution Focused Approach with Children and Young People. Routledge.

Scritto da Francesca Moccia

Psicologa, Psicoterapeuta, Specialista in Psicoterapia Breve Strategica. Vice-Direttrice Didattica, Didatta e Supervisore della Scuola di Specializzazione in “Psicoterapia Breve Sistemico-Strategica” dell’Istituto ICNOS. Direttrice Didattica del Master in “Terapie Brevi in Età Evolutiva” presso l’Istituto ICNOS. Membro del Consiglio Direttivo della Società Scientifica di Psicoterapia Strategica. Svolge attività clinica privatamente e collabora in qualità di formatrice e consulente con enti, scuole, associazioni, aziende e società.
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