Quando pensiamo all’ansia da public speaking, spesso immaginiamo grandi platee e riflettori puntati. In realtà, questa paura colpisce molte persone anche in contesti più semplici, come una riunione di lavoro con poche persone. È ciò che accadeva a Marta, 35 anni, grafica in un’agenzia creativa e con la paura dei meeting.
Il problema: competenze solide, ma blocco emotivo
Marta ama il suo lavoro ed è riconosciuta per la qualità dei suoi progetti. Tuttavia, ogni volta che doveva esporre le sue idee davanti al team, l’ansia prendeva il sopravvento.
Non dubitava delle sue capacità tecniche, ma temeva di incepparsi mentre parlava. La sua mente la portava a immaginare il peggio: rimanere bloccata, dimenticare le parole, diventare oggetto di giudizio.
Le tentate soluzioni che peggioravano la paura
Per ridurre l’ansia, Marta aveva sviluppato due strategie ricorrenti, che però alimentavano la sua paura dei meeting:
- Evitare gli incontri. Marta inventava scuse per poi confrontarsi solo con una persona alla volta, oppure registrava anticipatamente il suo intervento.
- Rimuginare dopo i meeting. Passava ore a ripensare a ogni parola detta, cercando errori.
Questi comportamenti, tipiche “tentate soluzioni”, non solo non risolvevano il problema ma lo rinforzavano. L’evitamento aumentava la tensione, mentre il rimuginio manteneva viva l’ansia.
La svolta terapeutica: dichiarare e sperimentare
Il primo passo in terapia è stato invitare Marta a svelare il perturbante segreto. Questo significa ammettere apertamente la propria difficoltà nel momento stesso in cui si manifesta.
Per esempio: “Se durante la mia presentazione mi agito o mi blocco, abbiate pazienza”.
Così facendo, ciò che era un peso nascosto diventava un atto di autenticità. L’ansia perdeva potere, perché non c’era più nulla da nascondere. E aumenta l’empatia del pubblico.
Un’altra tecnica fondamentale è stata inserire errori volontari. Un lapsus, una pausa più lunga, una parola detta male. Questo ha permesso a Marta di capire che non solo gli errori non distruggevano la sua immagine, ma la rendevano persino più vicina agli altri.
Infine, ci siamo concentrati sul bloccare il rimuginio. Ripercorrere come un film quello che era appena avvenuto dava a Marta una parvenza di controllo, ma in realtà peggiorava solo la situazione. È stato quindi chiesto a Marta di impegnarsi a riportare la sua attenzione sul “qui ed ora” ogni volta che si ritrovava a rimuginare.
I risultati: dalla paura alla volontà di leadership
In cinque sedute, Marta ha ottenuto risultati concreti:
- smetteva di rimuginare sulle interazioni;
- parlava con maggiore spontaneità;
- scopriva di poter guidare, e non solo partecipare.
La trasformazione è stata tale che ha chiesto al suo responsabile di affidarle un gruppo da coordinare. Da che cercava di evitare i momenti di confronto, Marta è arrivata a viverli come un’occasione di crescita personale e professionale.
Conclusioni: trasformare la paura dei meeting in risorsa
La storia di Marta mostra come dietro l’ansia da performance non ci sia mancanza di competenze, ma l’illusione di dover essere perfetti.
Il vero cambiamento avviene quando impariamo a:
- dichiarare la nostra fragilità senza timore;
- concederci l’imperfezione;
- trasformare l’ansia in autenticità.
Così la paura dei meeting diventa un’occasione per scoprire nuove risorse e rafforzare la propria leadership.
Riferimenti bibliografici
Cannistrà F., Piccirilli F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti
Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico. Ponte alle Grazie.
Milanese, R. (2020). L’ingannevole paura di non essere all’altezza. Strategie per riconoscere il proprio valore. Ponte alle Grazie.

