[Il caso clinico descritto in questo articolo NON è reale. Si tratta di una narrazione esemplificativa di un intervento di terapia breve che prende spunto da più situazioni modificate e rese opportunamente irriconoscibili.]
Quando una persona si siede davanti a noi e dice “non so chi sono”, quella frase apre il disagio di chi la pronuncia e le domande di chi la accoglie.
Se il cercare un nome a ciò che si prova è più comprensibile quando si parla di adolescenza, quando la ricerca si protrae, e il disorientamento si consolida in un blocco quotidiano (anche in altre fasi della vita), le domande iniziano a cambiare registro. Diventa quindi importante far evolvere le risposte per ridefinire il problema in funzione delle risorse e dello sviluppo, poiché anche la situazione di blocco può comunicare una forma di movimento, trattenuto e/o confuso, in cerca di una direzione funzionale.
Sofia (nome di fantasia) è una giovane donna di circa 20 anni. Il suo ingresso in terapia è mediato dalla madre, ma poi è lei stessa ad attivarsi per prendere appuntamento e nel questionario pre seduta scrive: “Cerco un nome, una direzione a quello che sto vivendo”.
Nella prima seduta emerge che alle spalle ha una storia di disturbi alimentari (anoressia a 15 anni, bulimia a 18) e dichiara di aver avuto un recente “mini breakdown”. Davanti a sé ha una serie di aree in cui si sente bloccata: l’università, che ama ma che la espone all’ansia; le relazioni, con amicizie storiche geograficamente lontane e la difficoltà di costruirne di nuove; e una confusione profonda legata alle esperienze sentimentali (attuali e passate), che la porta a dubitare continuamente.
Nel tentativo di gestire il disagio, Sofia aveva costruito le sue strategie. Queste, però, anziché aiutarla, la tenevano intrappolata.
Passava ore sui social a osservare le vite degli altri (sempre più definite, più coerenti, più riuscite della sua), alimentando un confronto che la lasciava svuotata. Cercava di non pensare, ma più ci provava, più ci pensava andando incontro al classico effetto rimbalzo. Si lamentava con i familiari, senza che nulla cambiasse, in un ciclo che rinforzava la percezione di impotenza. Nei momenti di tensione massima, cedeva all’autolesionismo o alle abbuffate: un sollievo temporaneo che lasciava intatto, e spesso amplificato, il problema. Evitava l’università, e ogni assenza confermava la sua convinzione di non farcela.
È emerso così il paradosso che sembrava vivere Sofia: più cercava di controllare l’incertezza, più l’incertezza prendeva il sopravvento e più cercava una risposta definitiva, più si bloccava nella domanda.
La prima fase del lavoro terapeutico si è quindi orientata a circoscrivere l’espressione del problema (dove si manifesta, da quanto tempo, con quale intensità), accogliendo e ridefinendo in modo costruttivo le credenze e i vissuti emotivi che lo accompagnano.
Seguendo l’Approccio Multiteorico ICNOS (Cannistrà & Moccia, 2024; Giannetti & Moccia, 2025; Moccia, Cannistrà & Piccirilli, 2026), è stata applicata una logica che consente di impostare in modo flessibile e sequenziale un percorso di intervento che valorizza e potenza le risorse già attive, oltre a bloccare le tentate soluzioni che mantengono il problema.
La prima seduta ha previsto l’implementazione del metodo della Terapia a Seduta Singola (Cannistrà & Piccirilli, 2018), per mettere a fuoco le priorità e costruire obiettivi concreti. Nella seduta successiva, si è orientato l’intervento seguendo il modello della Terapia Centrata sulla Soluzione (Cannistrà & Piccirilli, 2021) e le relative manovre, e Sofia ha aperto uno spazio nuovo a partire dalla domanda: “Se domani, per magia, il tuo problema fosse risolto, cosa sarebbe diverso, cosa cambierebbe?”. Quella domanda ha infatti spostato il focus dalla sofferenza alle risorse, dalle mancanze alle possibilità. Sofia ha iniziato a notare le eccezioni, ossia i momenti in cui qualcosa funzionava, in cui stava un po’ meglio, e a capire che quegli spiragli esistevano già, anche se lei non li vedeva.
Nelle sedute successive, con un orientamento più strategico, ci siamo concentrate sull’interrompere le tentate soluzioni disfunzionali.
Una delle prescrizioni più efficaci è stata il Come peggiorare la giornata + la spunta serale (Leonardi & Tinacci, 2021): Sofia è riuscita ad identificare non solo le azioni che inconsapevolmente compiva e che rovinavano puntualmente le sue giornate, ma è riuscita anche ad evitare di agirle, identificando altre possibilità. In questa cornice, abbiamo lavorato anche con la scrittura. L’epistolario notturno, lettere scritte la sera ed indirizzate alla terapeuta, è diventato un contenitore per le emozioni che accompagnavano i suoi pensieri e che non sempre riusciva a esprimere. Sofia ha riconosciuto il valore della scrittura per lei e ha iniziato a scrivere, anche durante la giornata, i suoi pensieri e i suoi dubbi, evitando di rileggere, riuscendo a contenerli ed evitando divampassero bruciando le sue giornate.
Di fronte ai miglioramenti ottenuti con queste manovre, ci si è quindi orientati sulla tecnica dell’Antropologo, che ha portato Sofia ad osservare i suoi coetanei con la curiosità distaccata di chi studia un fenomeno, anziché confrontarsi con loro rispetto alle mancanze e ai limiti che percepiva di avere. Questo le ha permesso di uscire dalla prospettiva egocentrata della sofferenza e di recuperare competenze relazionali che pensava di aver perso del tutto.
In cinque sedute, Sofia ha ottenuto risultati tangibili.
Ha ripreso una routine quotidiana più stabile. È tornata all’università, prima in biblioteca, poi in aula a lezione. In una di queste circostanze si è trovata anche ad aiutare una collega in difficoltà, scoprendo di poter essere una risorsa per qualcun altro.
Riflessioni conclusive
In casi come questo, spesso, il lavoro più importante non è fornire risposte ma aiutare a trasformare le domande. La ricerca disperata di un nome (di una categoria, di una certezza) spesso è essa stessa parte del problema, non perché nominare le cose non abbia valore, ma perché quando quel bisogno diventa urgente e angosciante, rischia di bloccare proprio quel processo di esplorazione che la vita richiede e che lo sviluppo rende possibile.
Non è insolito che anche tra adulti si tenda a cercare definizioni per controllare l’incertezza, e che questa ricerca finisca con il produrre l’effetto contrario. Il nome non è la persona, come la mappa non è il territorio. E, soprattutto, la mappa è ‘una’ mappa (Cannistrà & Moccia, 2024).
La ricerca del nome di Sofia si è trasformata, nel corso della terapia, da domanda angosciante a cui era impossibile rispondere, a processo di costruzione identitaria in divenire, ossia è diventata qualcosa di vivo, aperto, non definitivo. In questo movimento, Sofia non ha trovato una risposta, ma ha scoperto la sua capacità di stare nella domanda senza esserne paralizzata.
L’identità infatti non si strappa a morsi di certezza, ma si costruisce nelle relazioni e nelle esperienze che ci permettono di scoprire chi stiamo diventando.
Riferimenti bibliografici
Cannistrà, F., & Moccia, F. (2024). E se le Tentate Soluzioni fossero il problema? Quando l’identità limita il terapeuta strategico. In Società Scientifica di Psicoterapia Strategica (a cura di), 50 anni di psicoterapie sistemico-strategiche: identità e differenze (pp. 61-72). Cacucci.
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti.
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2021). Terapia centrata sulla soluzione. Principi e pratiche. EPC.
Giannetti, A., & Moccia, F. (2025). Famiglie, cambiamenti e risorse: quando la terapia a seduta singola fa squadra, Rivista Sperimentale di Freniatria, 2, 111-137.
Leonardi, F., & Tinacci, F. (2021). Manuale di psicoterapia strategica. 80 tecniche di intervento. Erickson.
Moccia, F., Cannistrà, F. & Piccirilli, F. (a cura di), (2026). Terapie Brevi in Età Evolutiva. Crescere, Cambiare, Intervenire. FrancoAngeli.



