(Nota: nel rispetto della privacy, la narrazione riportata attinge a più situazioni cliniche simili, rielaborate e rese non riconoscibili, con finalità didattiche.)
La paura di guidare è una paura molto comune, che non resta confinata nella mente, ma entra nella quotidianità con un impatto logistico immediato. Lavoro, autonomia, relazioni, tempo libero: tutto diventa dipendente da un mezzo (e spesso da una persona) che “ti porta”.
La Terapia a Seduta Singola (TSS) è particolarmente adatta a queste richieste perché lavora con un presupposto molto concreto: ogni seduta potrebbe essere la prima e l’ultima disponibile e quindi deve essere progettata per essere completa, autonoma e utile già nel qui-e-ora. L’obiettivo è far uscire la persona dall’incontro con un cambio di prospettiva e un primo piano d’azione.
Il caso di Camilla mostra come, anche quando la paura sembra “razionale” (incidenti, traffico, controllo del corpo), ciò che mantiene il problema è spesso la combinazione di evitamento e tentativi di controllo.
Introduzione al caso: Camilla e la paura di guidare
Camilla ha 34 anni, vive in città e lavora come project specialist in una società che, da poche settimane, le ha assegnato anche attività fuori sede. Per lei è un riconoscimento professionale, ma ha un costo emotivo: la richiesta implicita di guidare in autonomia.
Camilla chiede un appuntamento specificando al telefono: “Non so se posso permettermi un percorso lungo. Mi serve sbloccarmi, almeno abbastanza da poter guidare.”
Riferisce che la paura è iniziata un anno prima, dopo un episodio di forte attivazione in auto: tachicardia, senso di testa vuota, formicolii, timore di svenire. Da allora ha progressivamente ristretto la guida fino a evitarla quasi del tutto.
Disseminare possibilità e inquadrare il problema
Nel pre-trattamento vengono raccolte informazioni essenziali: quando accade, con che intensità, in quali contesti, cosa fa Camilla per gestirlo e cosa teme accada se “perde il controllo”. Questo passaggio non è solo raccolta dati: è già un modo per spostare il problema da un’etichetta (“ho qualcosa che non va”) a una mappa operativa (“succede così, qui, in questo modo”).
Viene inoltre condivisa la cornice TSS: “Lavoriamo come se questa seduta fosse l’unica e sufficiente per farti fare un passo reale. Poi la porta resta aperta: deciderai tu se tornare.”
Definizione del problema
Camilla descrive tre momenti critici:
- Appena sale in auto, inizia a monitorare il corpo (“E se mi viene? E se mi gira la testa?”).
- Ai primi semafori o in coda, cresce la sensazione di intrappolamento (“Se mi sento male qui non posso scappare”).
- Nei tratti veloci, teme la perdita di controllo (“Se mi viene un attacco, faccio un incidente”).
Qui la priorità è la focalizzazione: rendere il problema specifico e osservabile. Questo è uno dei requisiti chiave per il buon esito di una TSS.
Si lavora poi sull’obiettivo della seduta. Nella TSS l’obiettivo deve essere concreto, realistico e misurabile, non coincidere necessariamente con “la soluzione definitiva” di tutto.
Camilla propone inizialmente: “Voglio non avere più ansia.” Rimane un obiettivo vago e poco concreto,. Per questo l’aiuto a riformulare insieme: vorrei guidare da sola in un tragitto semplice, anche se l’ansia si presenta, senza scappare e senza chiamare qualcuno.”
Indagine delle risorse: dal deficit al potenziale
La TSS enfatizza una prospettiva molto precisa: non cercare solo ciò che manca, ma attivare ciò che già funziona.
Con Camilla emergono risorse “silenziose”, quelle che spesso non vengono nominate perché sembrano scontate, ma che in realtà descrivono già una persona capace di reggere carico e complessità. Nel lavoro, per esempio, Camilla è affidabile: tiene il filo, gestisce scadenze, affronta problemi e pressioni senza smontarsi alla prima difficoltà.
Se guardiamo alla sua storia recente, non è nemmeno nuova al fatto di attraversare cambiamenti: ha già affrontato passaggi impegnativi, come un cambio di città e un nuovo ruolo, e lo ha fatto funzionando, anche con fatica. Un’altra risorsa importante è la sua capacità di osservarsi con precisione: Camilla nota quello che le succede, riconosce le micro-variazioni del corpo e i passaggi mentali che attivano la paura.
In questo momento, però, questa stessa abilità è “arruolata” dal problema: invece di aiutarla a orientarsi, viene usata per controllarsi troppo. Il lavoro terapeutico, allora, non è inventare risorse che non ci sono, ma rimettere queste competenze al servizio dell’autonomia, togliendole dal ruolo di carburante dell’ansia. Qui la domanda terapeutica diventa: “Cosa fai di diverso in quei momenti?”
Le tentate soluzioni che alimentano la paura
Camilla, per stare meglio, mette in campo strategie comprensibili ma disfunzionali:
- evita di guidare o guida solo in “condizioni perfette”;
- si prepara mentalmente ripetendo scenari catastrofici;
- controlla il corpo (respiro, battito, vertigini) in modo costante;
- usa delle “stampelle” (compagnia di qualcuno, telefonate, mappe ripetute, percorsi lunghi pur di evitare strade temute).
Ristrutturazione: “Il problema non è l’ansia. È il duello con l’ansia.”
Con Camilla si lavora su una distinzione: l’ansia in auto è un allarme, non un incidente. Il “vero” problema è la sequenza:
sensazione → interpretazione catastrofica → controllo → aumento sensazioni → fuga/evitamento → conferma della paura.
Il compito viene costruito in modo molto graduale, con una logica di sicurezza e realismo: non si tratta di “buttarsi” nel traffico, ma di rimettere Camilla in posizione di guida senza che l’ansia diventi l’unico criterio decisionale. Per questo il lavoro viene organizzato in una settimana, con piccoli step progressivi, in contesti non rischiosi e facilmente gestibili.
Nei primi due giorni l’obiettivo è estremamente semplice: Camilla si siede in auto parcheggiata, accende il motore e resta lì per cinque minuti. Non deve fare “respirazioni perfette”, né cercare di calmarsi a tutti i costi. L’indicazione è piuttosto imparare a notare l’ansia senza risponderle con il controllo continuo, cioè senza avviare quel check-up interno che di solito accende l’allarme ancora di più.
Nei due giorni successivi si passa a un tragitto breve, circa cinque minuti, su una strada semplice. Qui entra una regola chiave: niente stampelle. Quindi Camilla non chiama nessuno e non si ferma “per rassicurarsi”. Lo scopo non è avere un viaggio piacevole, ma fare esperienza del fatto che si può guidare anche con l’ansia a bordo, senza metterla al comando.
Infine, negli ultimi tre giorni della settimana, l’esposizione viene ampliata a dieci-quindici minuti, inserendo intenzionalmente un punto leggermente più scomodo, come un semaforo o una breve coda.
In aggiunta, viene introdotto un elemento strategico fondamentale: il controllo programmato. Camilla può “controllare il corpo” solo in un momento stabilito e limitato, ad esempio per trenta secondi prima di partire. Durante la guida, invece, l’indicazione è sospendere il check-up. Questo non elimina il bisogno di controllo con la forza (che spesso produce l’effetto opposto), ma lo rende governabile: il controllo smette di essere una compulsione e diventa una scelta regolata.
Follow-up: cosa è successo dopo
Al follow-up Camilla riferisce due elementi centrali:
- È riuscita a stare insieme all’ansia: “Avevo ansia in macchina, ma non sono scappata
- Ha notato una diminuzione del controllo del proprio corpo in macchina.
Camilla chiede di non fissare subito un’altra seduta: vuole testare due settimane.
Quando la persona smette di negoziare con l’ansia e torna a guidare “con l’ansia a bordo”, l’ansia perde progressivamente il suo potere contrattuale. Non perché sparisce, ma perché non è più lei a decidere.
BIBLIOGRAFIA
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Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico. Ponte alle Grazie.
Milanese, R. (2020). L’ingannevole paura di non essere all’altezza. Strategie per riconoscere il proprio valore. Ponte alle Grazie.

