Parliamo di resistenza. È un concetto centrale nella terapia, molti pensano che la resistenza sia un ostacolo, ma in realtà nasconde un significato diverso.
Che cos'è la resistenza in terapia?
La resistenza viene spesso descritta come opposizione del paziente. Il terapeuta la osserva quando qualcosa non funziona. Il cambiamento non arriva, le indicazioni non vengono seguite e sembra che il paziente non voglia collaborare.
Nella prospettiva sistemico-strategica questa idea cambia radicalmente. La resistenza non è un difetto della persona, è un segnale del sistema. Ogni comportamento ha una funzione, anche quello che sembra ostacolare la terapia.
Il paziente non blocca il percorso per capriccio, sta proteggendo un equilibrio. Quell'equilibrio può essere disfunzionale, ma ha una logica interna precisa. La resistenza racconta questa logica.
Per questo motivo molti autori (Steve de Shazer in “The Death of Resistance” e Milton Erickson, attraverso la prescrizione del sintomo) preferiscono evitare il termine resistenza, parlando invece di risposta del sistema. Il comportamento del paziente diventa informazione. Non giudizio. Il terapeuta osserva. Non accusa.
Questa visione cambia completamente l'approccio clinico. La resistenza smette di essere un muro e diventa un messaggio da decifrare. Il professionista non combatte la resistenza. La ascolta.
Perché la resistenza non è un problema?
La resistenza, se osservata con attenzione, rivela informazioni preziose. Mostra cosa non funziona nell'intervento, indica quali richieste sono troppo dirette e segnala quando il ritmo del cambiamento è troppo rapido.
Ogni volta che il paziente non segue un'indicazione, il terapeuta impara qualcosa. Forse la richiesta era mal calibrata, forse il momento non era adatto, forse il linguaggio usato non rispettava la visione del paziente.
La cosiddetta resistenza diventa quindi una forma di cooperazione indiretta. Il paziente comunica a modo suo come vuole essere aiutato. Dice cosa non riesce a sostenere, ma non a parole, con i fatti.
Questa lettura sposta il fuoco dell'attenzione non più sull'opposizione del paziente, ma sulla capacità del terapeuta di adattarsi. La resistenza segnala un disallineamento, non una colpa.
Quando il terapeuta accetta questa visione, cambia atteggiamento. Non insiste. Non forza. Osserva la risposta e la usa. La resistenza diventa una bussola clinica che guida le mosse successive.
Superare l'idea di resistenza come ostacolo permette una terapia più flessibile, più rispettosa dei tempi del paziente e più efficace nel lungo periodo.
Come gestire la resistenza in seduta?
Gestire la resistenza richiede un cambio di sguardo. Il terapeuta smette di cercare l'adesione a ogni costo e inizia ad osservare le risposte come dati clinici. Nello specifico:
- ascolta il modo in cui il paziente partecipa, non solo le sue parole;
- distingue tra mancata collaborazione e bisogno di protezione;
- costruisce domande che aggirino il rifiuto diretto;
- adatta il linguaggio alla logica del paziente;
- usa ogni risposta come guida per il passo successivo.
Ogni mossa terapeutica viene calibrata sulla base della risposta ricevuta. Se qualcosa non funziona, il terapeuta cambia strategia, non insiste sulla stessa strada.
Questo approccio è utile in molti contesti, con gli adolescenti, con le famiglie in conflitto, con i sintomi ansiosi. La resistenza, in questi casi, protegge qualcosa di importante per il paziente.
Il terapeuta strategico non chiede perché il paziente resiste, chiede a cosa sta rispondendo. Questa domanda cambia tutto e trasforma un vicolo cieco in una nuova possibilità clinica.
In conclusione, la resistenza non va eliminata, va compresa. È una risorsa clinica, non un nemico da abbattere.
Bibliografia
Dazzi, N., e De Coro, A. (2001). Psicologia dinamica: Le teorie cliniche. Roma-Bari: Laterza.
de Shazer, S. (1985). Keys to solution in brief therapy. New York: Norton.
Haley, J. (1973). Uncommon therapy: The psychiatric techniques of Milton H. Erickson. New York: Norton.
Watzlawick, P., Weakland, J., e Fisch, R. (1974). Change: Principles of problem formation and problem resolution. New York: Norton.



