Il caso presentato è stato opportunamente modificato e anonimizzato; alcuni elementi clinici, anagrafici e contestuali sono stati alterati o accorpati al fine di tutelare la riservatezza della persona.
L’intervento descritto, affrontato mediante l’approccio sistemico-strategico, viene discusso non solo per illustrare l’impiego di alcune tecniche strategiche nel corso dell’intervento, ma soprattutto per mettere in luce due dimensioni che ne hanno costituito l’asse portante: la costruzione progressiva dell’alleanza terapeutica in una situazione complessa e il lavoro di rete con i servizi e i professionisti coinvolti nella presa in carico.
L’ipotesi di fondo che questo caso consente di argomentare è che, negli interventi rivolti a sistemi caratterizzati da un controllo rigido, l’efficacia tecnica sia strettamente connessa alla qualità della cornice relazionale e istituzionale nella quale le prescrizioni vengono inserite. Senza un’alleanza sufficientemente solida e senza una rete di interlocutori coerente, infatti, la tecnica isolata rischia di rimanere inefficace o, peggio, di essere utilizzata dalla persona come un ulteriore strumento di controllo.
Quando proteggersi diventa una gabbia
Sofia (nome di fantasia) una giovane adolescente, giungeva in terapia dopo essere stata valutata da un servizio specialistico dell’età evolutiva, presso il quale era stata condotta dai genitori per un probabile disturbo d’ansia scolastica. Durante la valutazione emergeva inoltre una difficoltà specifica nell’ambito degli apprendimenti..
Questo primo dato risultava clinicamente rilevante: l’ansia da prestazione lamentata da Sofia non si configurava come un fenomeno esclusivamente emotivo, ma si innestava su una difficoltà reale, fino a quel momento non adeguatamente riconosciuta né dalla ragazza né dal contesto scolastico e familiare.
Il quadro presentato durante il colloquio congiunto con Sofia e i genitori appariva articolato su più livelli, apparentemente eterogenei, ma riconducibili a un unico principio organizzativo: un controllo pervasivo sullo studio, che si traduceva in sessioni notturne forzate, motivate dal timore di una preparazione insufficiente; un controllo altrettanto rigido sul piano emotivo, periodicamente interrotto da scoppi di rabbia incontenibili nei momenti in cui trattenere le emozioni diventava impossibile; una modalità disfunzionale di controllo del comportamento alimentare, che produceva tuttavia l’esito paradossale di un aumento del peso e di una crescente sensazione di perdita di controllo sul corpo; un’attenzione ossessiva all’aspetto fisico, accompagnata da un marcato timore del giudizio altrui, che si traduceva in una sistematica chiusura relazionale.
In termini di lettura strategica, il problema poteva essere descritto come un sistema percettivo-reattivo interamente organizzato attorno al tentativo di controllo: quanto più Sofia si adoperava per controllare lo studio, le emozioni e il corpo, tanto più il controllo le sfuggiva, generando esattamente l’esito che tentava di scongiurare.
Il tentativo di soluzione costituiva, quindi, il nucleo stesso del problema, secondo la logica per cui è spesso la soluzione disfunzionale, reiterata nel tempo, a mantenere in vita il problema che dovrebbe risolvere (Watzlawick, Weakland, & Fisch, 1974).
Prima fase: alleanza con Sofia e con i genitori come coterapeuti
Dopo il colloquio congiunto iniziale con l’intera famiglia, la scelta metodologica è stata quella di proseguire il percorso individualmente con Sofia, mantenendo la famiglia come sfondo attivo, ma non fisicamente presente in seduta.
Questo passaggio non andava inteso come un abbandono della cornice sistemica, bensì come una condizione necessaria alla costruzione dell’alleanza con la giovane adolescente, che “che descriveva una marcata difficoltà ad aprirsi con gli altri. Lo spazio individuale, percepito come protetto e non mediato dalla presenza genitoriale, rappresentava una precondizione per la costruzione dell’alleanza e per qualsiasi lavoro successivo.
Parallelamente al lavoro individuale con Sofia, i genitori venivano coinvolti non come semplice sfondo passivo, ma come coterapeuti attivi, attraverso un intervento mirato al blocco delle loro tentate soluzioni disfunzionali di supporto alla figlia.
Il tentativo, per quanto comprensibile, di intervenire direttamente sullo studio, sulle emozioni e sull’alimentazione, sollecitando, rassicurando e controllando a propria volta, costituiva infatti un ulteriore anello del circuito di controllo reciproco nel quale Sofia era intrappolata.
Ai genitori veniva pertanto prescritta una sorta di congiura del silenzio rispetto ai comportamenti sintomatici della figlia, accompagnata dall’indicazione di osservare senza intervenire. Si trattava di prescrizioni che affondano le proprie radici nella tradizione sistemica (Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, & Prata, 1975; Selvini Palazzoli, Cirillo, Selvini, & Sorrentino, 1988).
La prescrizione svolgeva una duplice funzione: da un lato interrompeva il circuito di rinforzo reciproco tra il controllo di Sofia e il controllo genitoriale su di lei; dall’altro restituiva ai genitori un ruolo attivo e non colpevolizzante all’interno del processo terapeutico, trasformandoli progressivamente in alleati della cornice terapeutica.
Questa modalità di coinvolgimento della famiglia è coerente con una prospettiva che considera il sistema familiare non soltanto come il contesto nel quale il problema si manifesta, ma anche come una possibile risorsa attiva nel processo di cambiamento (Giannetti & Moccia, 2025).
In questa fase iniziale, l’obiettivo non era ancora l’intervento diretto sul sintomo, ma la costruzione di un contesto relazionale, individuale e familiare, entro il quale il controllo potesse progressivamente allentarsi senza essere vissuto come una minaccia.
È in questa cornice che è stata introdotta, con Sofia, la scrittura di lettere di rabbia, non come tecnica isolata, ma come primo dispositivo capace di offrire un contenitore legittimo a un’emozione che, non trovando canali espressivi accettabili, esplodeva in modo incontrollato. La possibilità di scrivere la rabbia senza doverla necessariamente condividere aveva permesso a Sofia di sperimentare, per la prima volta, che l’emozione poteva essere gestita senza essere né repressa né agita.
Seconda fase: interruzione delle tentate soluzioni disfunzionali mediante prescrizioni paradossali
Consolidata una prima alleanza, l’intervento si è spostato sui circuiti sintomatici specifici, utilizzando prescrizioni di matrice paradossale, calibrate sul sistema di controllo di Sofia, secondo un impianto tecnico di matrice ericksoniana, successivamente sistematizzato nell’ambito della terapia breve strategica (Haley, 1973; Nardone & Watzlawick, 1990).
Sul versante alimentare, l’intervento è stato orientato a interrompere progressivamente la rigidità dei rituali di controllo, scelta che avrebbe potuto contribuire a rinforzare la dinamica di irrigidimento del controllo, ma di introdurre una violazione ritardata del rituale, intervento coerente con alcuni protocolli strategici sviluppati per i disturbi del comportamento alimentare (Nardone, Verbitz, & Milanese, 1999).
Il piccolo differimento temporale ha permesso di incrinare l’automatismo comportamentale, restituendo progressivamente a Sofia uno spazio di scelta laddove prima sembrava esserci soltanto la compulsione.
In parallelo, veniva attivato l’invio a una figura nutrizionista, con la funzione affiancare una competenza specialistica necessaria per affrontare in modo appropriato la dimensione alimentare.
Sul versante scolastico, veniva proposta a Sofia l’elaborazione dettagliata delle peggiori fantasie relative alla scuola, secondo la logica paradossale classica dell’approccio strategico: anziché combattere l’ansia attraverso l’evitamento, se ne favoriva un’esposizione immaginativa controllata.
Tale intervento ha consentito un progressivo ridimensionamento del potere catastrofico del pensiero anticipatorio, mostrando a Sofia che anche l’esito temuto poteva essere pensato e sostenuto.
Coerentemente, veniva prescritta l’interruzione attiva dello studio forzato notturno, intervenendo direttamente sul nucleo stesso del sistema di controllo, ovvero sulla convinzione che soltanto un controllo totale potesse prevenire il fallimento.
Terza fase: consolidamento attraverso il lavoro di rete
Se gli interventi sui circuiti sintomatici avevano agito sui meccanismi di mantenimento del problema, è stato il lavoro di rete a permettere che il cambiamento potesse consolidarsi nel tempo.
Il coordinamento con il Servizio di Neuropsichiatria Infantile, che seguiva Sofia per il disturbo dell’apprendimento, e la collaborazione con la nutrizionista non hanno rappresentato passaggi accessori rispetto al percorso psicoterapeutico, ma sono diventati parte integrante della strategia complessiva.
In un’ottica sistemico-strategica, il terapeuta considera il problema all’interno della rete di relazioni e dei contesti nei quali esso si manifesta e si mantiene. Nel caso di Sofia, ciò ha comportato la costruzione di un sistema di alleanze con la ragazza, con la famiglia e con gli altri professionisti coinvolti, al fine di favorire una maggiore coerenza tra gli interventi e i messaggi restituiti dal contesto complessivo.
Un disturbo dell’apprendimento non adeguatamente trattato, ad esempio, avrebbe potuto continuare ad alimentare l’ansia da prestazione indipendentemente dalla qualità degli interventi sul controllo emotivo; analogamente, la componente alimentare richiedeva una competenza specialistica che il solo lavoro psicoterapeutico non era in grado di offrire.
Il lavoro di rete, quindi, non ha avuto soltanto una funzione organizzativa, ma ha rappresentato una vera e propria estensione della strategia terapeutica: ogni interlocutore poteva contribuire, attraverso la propria competenza, a modificare una parte del sistema nel quale il problema si manteneva.
Questa attenzione alla famiglia e ai suoi bisogni risulta coerente anche con i risultati di Moccia e Giannetti (2025), che evidenziano come le modalità con cui le famiglie interpretano la richiesta di aiuto e le aspettative associate a essa possano orientare la costruzione dell’intervento. In particolare, le autrici individuano differenti prospettive familiari, caratterizzate da diverse aspettative rispetto al coinvolgimento e al tipo di aiuto richiesto.
Conclusioni
Il caso di Sofia consente di formulare un’osservazione di ordine più generale sul trattamento strategico dei sistemi di controllo rigido in adolescenza: con persone strutturate attorno a un controllo pervasivo sullo studio, sulle emozioni e sul corpo, l’alleanza terapeutica non può essere richiesta né tantomeno data per scontata, ma va costruita creando le condizioni affinché l’apertura relazionale risulti progressivamente meno pericolosa.
Lo stesso vale per l’alleanza con il sistema familiare. Il coinvolgimento dei genitori come coterapeuti, attraverso il blocco delle loro tentate soluzioni disfunzionali, ha reso la famiglia parte attiva del cambiamento.
In questo senso, il lavoro con la famiglia non coincide necessariamente con la presenza fisica di tutti i suoi componenti nella stanza di terapia. Può significare anche costruire modalità di coinvolgimento coerenti con il bisogno della persona e con la fase del percorso terapeutico, mantenendo attiva la dimensione relazionale del sistema.
È in questo spazio, costruito progressivamente attraverso le diverse fasi dell’alleanza, dell’intervento strategico e del consolidamento della rete, che il sintomo ha iniziato a perdere la propria funzione protettiva, lasciando emergere una configurazione meno vincolata alla logica del controllo.
Il caso mostra, infine, come tecnica, alleanza e rete non siano dimensioni separate, ma possano diventare parti di un’unica strategia di cambiamento. La prescrizione può interrompere un circuito, l’alleanza può rendere possibile l’esperienza del cambiamento e la rete può contribuire a mantenerlo. In questa prospettiva, fare terapia significa anche costruire le condizioni affinché le diverse persone e competenze coinvolte possano lavorare nella stessa direzione.
Bibliografia
Giannetti, A., & Moccia, F. (2025). Famiglie, cambiamenti e risorse: quando la Terapia a Seduta Singola fa squadra. Rivista Sperimentale di Freniatria, 149(2), 103–128. https://doi.org/10.3280/RSF2025-002008
Haley, J. (1973). Uncommon therapy: The psychiatric techniques of Milton H. Erickson, M.D. Norton.
Minuchin, S. (1974). Families and family therapy. Harvard University Press. Trad. it. Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio, 1976.
Moccia, F., & Giannetti, A. (2025). Ascoltare i bisogni delle famiglie per dar voce alle risorse. Neuropsicologia Psicoterapia e Riabilitazione, 3(2), 187–210. https://doi.org/10.14605/NRP322503
Nardone, G., & Watzlawick, P. (1990). L’arte del cambiamento. Ponte alle Grazie.
Nardone, G., Verbitz, T., & Milanese, R. (1999). Le prigioni del cibo. Vomiting, bulimia, anoressia: La terapia in tempi brevi. Ponte alle Grazie.
Selvini Palazzoli, M., Boscolo, L., Cecchin, G., & Prata, G. (1975). Paradosso e controparadosso. Feltrinelli.
Selvini Palazzoli, M., Cirillo, S., Selvini, M., & Sorrentino, A. M. (1988). I giochi psicotici nella famiglia. Raffaello Cortina.
Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. (1974). Change. La formazione e la soluzione dei problemi. Astrolabio.



