Quando ho intrapreso il mio percorso presso l’Istituto ICNOS, Scuola di Specializzazione in Psicoterapie brevi sistemico-strategiche, ero animata da una domanda tanto semplice quanto complessa: cosa rende davvero efficace – e soprattutto breve – una terapia?
Dopo anni di formazione, studio, supervisioni e casi clinici affrontati, oggi posso dire che la risposta non è racchiusa in una tecnica miracolosa o in un modello perfetto.
Al contrario, è fatta di elementi concreti, flessibili e profondamente umani, che si intrecciano nell’incontro tra il terapeuta e ogni paziente.
All’interno dell’Istituto ICNOS la mission è formare terapeuti brevi in grado di utilizzare l’approccio multiteorico, una cassetta degli attrezzi che integra diversi modelli di terapia breve: la terapia strategica secondo la scuola del Mental Research Institute (Watzlawick; Weakland & Fisch , 1974; Weakland et al, 1974; Fisch et al., 1982), la terapia strategica-familiare (Haley, 1959, 1963, 1968, 1980; Madanes, 1981), la terapia breve centrata sulla soluzione (de Shazer,1985; 1988; 1991; 1994) e il metodo della Terapia a Seduta Singola(Talmon, 1990; Hoyt & Talmon, 2014; Cannistrà & Piccirilli, 2018) .
Questa cassetta degli attrezzi nasce dall’esigenza di superare i limiti di un singolo modello, e offrire al terapeuta una pluralità di strumenti che si adattino in modo differenziato a ogni persona, problematica e situazione.
Ecco allora le cinque idee chiave che ho imparato e fatto diventare le mie milestones per una terapia davvero breve ed efficace.
1) Obiettivi chiari, concreti e co-costruiti
Una terapia breve è tale non perché sia “rapida”, ma perché è efficace nel tempo necessario. E ciò è possibile solo se l’intervento è orientato fin da subito verso un obiettivo ben definito.
Lavorare su ciò che è importante per la persona, e non solo sul sintomo o sulla diagnosi, significa costruire una direzione chiara, concreta e sostenibile.
L’obiettivo terapeutico non si impone, si co-costruisce: non si tratta di portare il paziente verso dove il terapeuta crede sia giusto, ma di scoprire insieme cosa significhi “stare meglio” per quella persona, in quel momento della sua vita.
2) Il problema non è (solo) dove nasce, ma dove si mantiene
Una delle intuizioni più trasformative che attraversa le terapie brevi è che il focus è spostato dall’analisi delle cause dei problemi alla comprensione dei meccanismi che mantengono e alimentano il problema nel presente.
All’interno della matrice strategica, l’approccio originario del Brief Therapy Center sviluppato da Watzlawick, Weakland e Fisch, si basa su un presupposto tanto semplice quanto rivoluzionario: “i problemi, qualsiasi sia la loro origine, persistono a causa dei ripetuti sforzi compiuti da chi se ne lamenta, per risolverli[…]” (Fisch & Schlanger, 2002, pp.2-3).
Seguendo la prospettiva strategica, ciò che rende un problema persistente non è la sua origine, ma i ripetuti tentativi falliti – spesso ben intenzionati – messi in atto per risolverlo.
Da questo presupposto deriva un’operatività che mira non tanto a capire perché un problema esiste, ma come viene mantenuto nel presente attraverso ridondanze relazionali, credenze disfunzionali e tentativi di soluzione inefficaci.
In quest’ottica, il linguaggio, la comunicazione e il comportamento sono i principali ambiti su cui il terapeuta interviene per scardinare i sistemi bloccati e costruire nuove possibilità di cambiamento in relazione a sé stessi, agli altri e al mondo.
3) Il terapeuta come “fabbro di risorse”
Nel contesto delle terapie brevi il terapeuta non è più concepito come un “risolutore” dei problemi del paziente, ma piuttosto come un fabbro, ovvero un artigiano che, con perizia e metodo, aiuta il paziente a forgiare gli strumenti già presenti nella sua esperienza e nel suo funzionamento personale.
Questa metafora suggerisce un’immagine dinamica, attiva, e allo stesso tempo umile e umana del terapeuta: egli non impone, non prescrive soluzioni prefabbricate, ma co-costruisce insieme al paziente, attraverso un processo relazionale e maieutico, strumenti nuovi a partire da materiale “grezzo” già disponibile.
Come sottolineano Cannistrà e Hoyt (2020), il terapeuta breve non applica tecniche in modo rigido, ma seleziona, adatta e combina strategie sulla base di ciò che è utile per quella persona.
È attraverso la domanda “cosa sto cercando di ottenere qui e ora?” che il terapeuta individua la logica più adatta, ponendo l’intenzione al centro della propria azione trasformativa (Cannistrà & Hoyt, 2020).
La competenza, in questo senso, non risiede solo nella tecnica, ma nella capacità di costruire – e co-costruire – soluzioni funzionali, sostenibili e trasformative.
4) La persona al centro (insieme alle sue risorse)
Per lungo tempo la persona del paziente è stata esclusa o meglio, marginalizzata, all’interno del processo terapeutico e ridotta a disturbo da trattare e risolvere.
Tuttavia, tale impostazione si è rivelata nel tempo limitata ma anche inefficace nel promuovere una reale evoluzione nella comprensione dei processi terapeutici.
L’epistemologia costruttivista alla base delle terapie brevi, e in particolare delle terapie brevi sistemico-strategiche, ha permesso di ridefinire profondamente il ruolo del paziente all’interno della terapia. Non più destinatario passivo di un trattamento standardizzato, ma co-autore e co-artigiano del proprio processo trasformativo.
Essere co-artigiano del cambiamento significa per il paziente riconoscersi protagonista attivo, capace di apprendere, adattarsi, esplorare alternative, modificare schemi disfunzionali e testare nuovi comportamenti.
In questo senso, la terapia breve non insegna, ma evoca: lavora per riattivare capacità presenti ma temporaneamente inibite o dimenticate. Come sosteneva Milton Erickson, ogni persona possiede già dentro di sé le risorse necessarie per risolvere i propri problemi; il compito della terapia è facilitare l’accesso a queste risorse e orientarne l’impiego verso obiettivi di cambiamento (Rosen, 1982).
5) Una relazione che costruisce il cambiamento insieme alla persona
Oggi l’efficacia della psicoterapia è un dato inossidabile, supportato da solide evidenze empiriche, sebbene la psicoterapia sembri funzionare non tanto come applicazione di tecniche, quanto come intervento umano complesso che mobilita e potenzia le risorse preesistenti della persona, restituendole agency, significato e possibilità di cambiamento (Wampold, 2007).
Come sottolineato da anni di ricerca (Norcross & Wampold, 2018), nessun trattamento terapeutico funziona indistintamente per ogni paziente. L’efficacia di ogni intervento terapeutico è sempre più legata alla capacità del terapeuta di modificare il proprio approccio terapeutico con la persona, in funzione degli specifici bisogni. Da tale prospettiva, l’efficacia del terapeuta risiede proprio nella possibilità di essere responsivo e flessibile nella relazione terapeutica. Nelle terapie brevi, questo è particolarmente legato all’epistemologia costruttivista alla base.
Ciò che i pazienti apportano al processo – i loro attributi, lotte, motivazioni e supporti sociali – rappresenta il 45% della varianza: l’altro motore del cambiamento sono i pazienti stessi (Wampold, 2001).
La valorizzazione delle risorse della persona e del ruolo del terapeuta, sembrano essere dunque fondamentali nel contribuire all’esito positivo del lavoro terapeutico, indipendentemente dall’approccio utilizzato: la psicoterapia funziona mobilitando e restituendo alla persona le sue risorse, non solo curando la patologia.
Infine, ciò che rende una terapia davvero efficace – e quindi anche breve – è la qualità della relazione terapeutica.
L’istituto ICNOS, dopo essersi formato con gli autori più autorevoli nel campo, ha implementato nella propria pratica di formazione sulle terapie brevi il FIT – Feedback Informed Treatment- un approccio panteorico per la valutazione ed il miglioramento della qualità e dell’efficacia delle psicoterapie (Miller et al., 2007; Duncan et al., 2010).
Il FIT (qui per approfondire)coinvolge il paziente nel fornire un feedback in merito all’alleanza terapeutica e all’efficacia del trattamento ed utilizza queste informazioni per personalizzare l’erogazione del servizio. L’utilizzo del FIT si basa sul presupposto che l’efficacia della terapia passa attraverso l’impegno diretto del paziente. La capacità del terapeuta di coinvolgerlo nella terapia è quindi cruciale per la sua efficacia.
Il FIT non è solo uno strumento di misurazione: è un atto di fiducia, una pratica di trasparenza, un modo concreto per costruire un’alleanza terapeutica che sia davvero su misura.
In conclusione
Ciò che rende una terapia efficacemente breve è la sua capacità di essere profondamente centrata sulla persona e rigorosamente orientata al cambiamento. È una terapia che fa del tempo una risorsa, perché dà valore al tempo di chi chiede aiuto. È una pratica che non si rifugia nell’analisi infinita, ma che costruisce – nel qui e ora – contesti generativi e trasformativi in cui le persone possano ritrovare le proprie risorse, i propri significati e la propria direzione.
Questi, per me, sono i cuori pulsanti, il filo rosso delle terapie brevi apprese presso l’Istituto ICNOS: un modo, anzi, modi per lavorare con efficacia, umanità e responsabilità e un’occasione per rendere ogni incontro un’opportunità di trasformazione, come insegna il mindset a seduta singola (qui per approfondire) (Cannistrà & Piccirilli, 2018).
Bibliografia di riferimento
Cannistrà, F. & Piccirilli, F. (2018). Terapia a Seduta Singola. Principi e Pratiche. Firenze: Giunti.
Cannistrà, F. & Hoyt, M. F. (2020). The nine logics beneath brief therapy interventions: a framework to help therapists achieve their purpose. Journal of Systemic Therapies, 39(1), 19-34.
de Shazer, S. (1985). Keys to Solution in Brief Therapy. New York: Norton & Company.
de Shazer, S. (1988). Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy. New York: Norton &
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de Shazer, S. (1991). Putting Difference to Work. New York: Norton & Company.
de Shazer, S (1994). Words were Originally Magic. New York: Norton & Company.
Duncan, B., Miller, S., & Hubble, M. (2010). The heart and soul of change: Delivering what works in therapy (2nd ed.). Washington, DC: American Psychological Association.
Fisch, R.& Schlager, K. (2002). Brief Therapy with intimidating cases. San Francisco: Jossey-Bass, trad.it (2003). Cambiare l’immutabile. Terapie brevi per casi difficili. Milano: Raffaello Cortina.
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Haley, J. (1963). Strategies of Psychotherapy. New York: Grune & Stratton.
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Hoyt, M.F., Talmon, M. (2014). Capturing the Moment: Single Session Therapy and Walk-in Services, Bethel: Crown House Publishing.
Haley, J. (1980). Leaving home: The therapy of disturbed young people. New York: McMillian.
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Miller, S., Hubble, M., and Duncan, B.L. (2007). Supershrinks: Learning from the field’s most effective practitioners. The Psychotherapy Networker, 31, 26-35, 56.
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Rosen, S. (Ed.) (1982). My voice will go with you: the teaching tales of Milton H. Erickson, M. D. New York: Norton. Trad. it., La mia voce ti accompagnerà. I racconti didattici di Milton H. Erickson, Roma, Astrolabio, 1983.
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Watzlawick, P., Weakland, J. H. & Fisch, R. (1974). Change: sulla formazione e la soluzione dei problemi. Roma: Astrolabio.
Weakland, J.H., Fisch,R., Watzlawick,P. & Bodin,A.M.(1974) Brief Therapy: Focused Problem Resolution. Family Process, 13 (2), 141 – 168.

