Quando il paziente non vede le eccezioni
«Non è cambiato niente.»
«È andata come sempre.»
«Non lo so.»
Sono frasi che ricorrono frequentemente in seduta. Possono comparire al primo colloquio oppure dopo settimane di lavoro, proprio quando il terapeuta inizia a osservare piccoli movimenti che sembrano sfuggire completamente alla persona che ha di fronte. È uno scarto clinico frequente: il cambiamento inizia a manifestarsi nel comportamento, ma continua a non trovare spazio nel racconto che la persona costruisce sul proprio problema.
Steve de Shazer (1985) definisce le eccezioni al problema come quei momenti in cui il problema avrebbe potuto manifestarsi ma non lo ha fatto, oppure si è presentato in modo meno intenso o differente. La loro ricerca rappresenta uno dei cardini dell'approccio centrato sulla soluzione, ma l'esperienza clinica mostra una difficoltà ricorrente: raramente le eccezioni al problema sono assenti, molto più spesso passano inosservate. Alcune vengono attribuite al caso. Altre vengono minimizzate. Altre ancora vengono confrontate con un ideale di cambiamento così elevato da renderle irrilevanti. Se l'obiettivo finale non è ancora stato raggiunto, ogni passo intermedio sembra perdere valore.
È proprio qui che il lavoro terapeutico assume una funzione specifica. L'obiettivo non è convincere la persona che stia migliorando né cercare ostinatamente momenti in cui il problema sia completamente scomparso.
Si tratta, piuttosto, di individuare quelle differenze che interrompono anche solo temporaneamente il funzionamento abituale del problema, comprenderne le condizioni di comparsa e renderle osservabili. Le eccezioni al problema diventano così informazioni cliniche preziose: non perché dimostrino che la sofferenza è terminata, ma perché mostrano che il problema non si organizza sempre nello stesso modo.
Per il terapeuta rappresentano un punto di osservazione privilegiato sul funzionamento della persona, perché consentono di comprendere quando il sistema smette, anche solo per un momento, di riprodurre automaticamente le stesse modalità di risposta. È proprio da queste piccole variazioni, spesso considerate irrilevanti da chi le vive, che può iniziare la costruzione di un percorso di cambiamento stabile e condiviso.
Come il terapeuta individua le eccezioni
«Non è cambiato niente.»
È una frase che il terapeuta ascolta spesso. Eppure, continuando ad ascoltare il racconto della settimana, iniziano ad affiorare alcune differenze. La persona racconta di aver controllato meno il comportamento delle persone significative, di aver spiegato meno le proprie ragioni e di aver dedicato più tempo alle proprie attività. Sono cambiamenti concreti, ma quando vengono restituiti sembrano perdere immediatamente valore.
Paziente: «Sì, però non conta.»
Terapeuta: «Aspetta, mi sono perso un passaggio. Mi hai appena raccontato che questa settimana hai controllato meno, hai spiegato meno e hai dedicato più tempo a te. Queste cose le hai fatte tu oppure me le sono immaginate?»
Paziente: «No, le ho fatte io.»
Terapeuta: «Quindi, correggimi se sbaglio. Da una parte ci sono dei fatti che mi racconti. Dall'altra c'è una parte di te che continua a dire che non sono ancora abbastanza importanti. Come mai?»
L'eccezione non doveva essere trovata. Era già comparsa nel racconto. Ciò che mancava era la possibilità di riconoscerla come tale.
Quando questo non accade, molto spesso compare un'altra risposta: «Non lo so». Interpretarla come una resistenza rischia di portare il terapeuta in un vicolo cieco. Più frequentemente rappresenta una forma di saturazione: la domanda è troppo ampia, troppo astratta oppure richiede un livello di osservazione che la persona non ha ancora sviluppato.
In questi casi il terapeuta restringe progressivamente il campo di osservazione.
Invece di chiedere genericamente che cosa sia cambiato, scompone l'esperienza in elementi sempre più concreti: «Eri a casa o fuori?», «Da solo o con qualcuno?», «Che cosa hai fatto subito dopo?», «Qual è stato il primo pensiero?», «Che cosa hanno visto gli altri?». Se necessario riduce ulteriormente la richiesta: «Se dovessimo tirare a indovinare, cosa ti verrebbe in mente?». Come osserva Cannistrà (2020), abbassare la pressione legata alla ricerca della risposta corretta permette spesso di accedere a informazioni che inizialmente sembravano irraggiungibili. Le eccezioni al problema possono essere ricercate nel passato, osservate nel presente attraverso le risorse già attive oppure esplorate nel futuro mediante la Miracle Question (de Shazer et al., 2007) e i suoi adattamenti clinici. Il filo conduttore rimane sempre lo stesso: aiutare la persona a descrivere con precisione quei momenti in cui il problema ha iniziato, anche solo per poco, a funzionare in modo diverso. Solo quando queste differenze vengono nominate, descritte e contestualizzate diventano informazioni clinicamente utilizzabili e possono orientare il lavoro terapeutico verso obiettivi concreti e osservabili.
Quando riconoscere un'eccezione non è ancora sufficiente
Individuare le eccezioni al problema non significa automaticamente produrre cambiamento. Molte persone riescono a riconoscerle, ma le invalidano immediatamente.
«Sì, ma non è abbastanza.»
«Sì, ma dovrei essere già oltre.»
«Sì, ma è stato un caso.»
In queste situazioni il problema non riguarda più l'identificazione dell'eccezione, ma il criterio con cui viene valutata. Un giovane uomo descriveva il proprio percorso come completamente fermo, nonostante avesse già iniziato a compiere azioni che per mesi aveva evitato: inviava candidature, prendeva piccole decisioni autonome e tollerava una quota di incertezza che fino a poco tempo prima gli sarebbe sembrata insostenibile. Eppure continuava a definirsi immobile.
Paziente: «Sì, però sono ancora lontano da dove vorrei essere.»
Terapeuta: «Quindi il criterio è questo: finché non arrivi in cima alla montagna, tutto il sentiero percorso non conta. Mi sembra un criterio molto efficace... se l'obiettivo è non accorgersi mai di stare camminando.»
La ristrutturazione non ha lo scopo di convincere la persona che stia meglio, ma di mettere in discussione il criterio con cui continua a leggere la propria esperienza. È in questo senso che la prospettiva di Watzlawick, Weakland e Fisch (1974) risulta particolarmente utile. Il cambiamento non dipende soltanto dall'introduzione di nuovi comportamenti, ma anche dalla possibilità di interrompere la logica attraverso cui il problema continua a organizzarsi e mantenersi. Cambiare il criterio di valutazione significa permettere alla persona di attribuire un significato diverso a ciò che sta già accadendo, senza negare la difficoltà ancora presente.
In questa direzione può essere utilizzata anche la tecnica del Come peggiorare (Nardone, 2003). Chiedere alla persona che cosa dovrebbe fare, pensare o continuare a fare per aggravare ulteriormente la situazione rende evidenti le tentate soluzioni che mantengono il problema e, per contrasto, permette di riconoscere ciò che sta già funzionando in modo diverso. Le eccezioni al problema non rappresentano quindi semplici episodi favorevoli, ma occasioni per osservare il funzionamento del problema da una prospettiva differente e costruire interventi coerenti con gli obiettivi terapeutici. Come scriveva Wittgenstein, il compito del filosofo è «mostrare alla mosca la via d'uscita dalla bottiglia». In modo analogo, il terapeuta non crea le eccezioni al problema. Aiuta la persona a riconoscere quelle che erano già presenti nella sua esperienza e a utilizzarle come punto di partenza per costruire modalità nuove di rapportarsi al problema.
Bibliografia
Cannistrà, F. (2020). Terapia a Seduta Singola: Principi, modelli e applicazioni cliniche. Edizioni iFonos.
de Shazer, S. (1985). Keys to Solution in Brief Therapy. New York: W. W. Norton & Company.
de Shazer, S., Dolan, Y., Korman, H., Trepper, T., McCollum, E., e Berg, I. K. (2007). More Than Miracles: The State of the Art of Solution-Focused Brief Therapy. New York: Routledge.
Nardone, G. (2003). Non c'è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per i disturbi da attacchi di panico. Milano: Ponte alle Grazie.
Watzlawick, P., Weakland, J. H., e Fisch, R. (1974). Change: Principles of Problem Formation and Problem Resolution. New York: W. W. Norton & Company.



