Fare meno per ottenere di più: il paradosso delle terapie brevi

Scritto da Simona Barra

In un contributo al testo “Creative Therapy in Challenging Situations (Michael Hoyt, Monte Bobele 2019), Michele Ritterman - pioniera della terapia familiare - descrive un concetto caratteristico delle Terapie Brevi: “fare meno per ottenere di più”, e lo fa con un’immagine molto semplice: il singolo tratto di pennello.

Ma cosa intendeva?

Picasso aveva la capacità di rappresentare il volto di una giovane donna evocando giovinezza e sensualità con pochissime linee essenziali, attraverso uno o due tratti. (Ritterman, M., 2019). Seguendo questa immagine, ci sono almeno due motivi per cui il lavoro terapeutico non dev’essere altrettanto complesso per poter essere trasformativo.

Il primo motivo è la precisione chirurgica: proprio come una linea perfetta di Picasso, una comunicazione può avere un’efficacia da “raggio laser” se inserita nel momento giusto (Ritterman, 2019); l’altro motivo è il paradosso della complessità: riuscire ad operare con un singolo tratto richiede una comprensione accurata della richiesta del cliente.

Più il terapeuta avrà una definizione chiara del problema, più il suo intervento sarà utile a facilitare il cambiamento.

Il terapeuta in quest’ottica aspira ad una sorta di “economia di mezzi” con lo scopo di innescare cambiamenti.

Perchè la facilità è il punto di arrivo e non di partenza?

In realtà nelle Terapie Brevi la semplicità è il risultato di una complessità distillata.

Prima di poter essere "economico" e scegliere dove intervenire con precisione chirurgica, il terapeuta deve svolgere un lavoro per decodificare il sistema del cliente.

Questo processo cerca di rispondere a domande cruciali: come funziona il problema?

cosa lo mantiene nel presente?, quali "tentate soluzioni" lo alimentano? (Watzlawick, Weakland & Fisch (1974).

Solo dopo questa analisi è possibile individuare il punto esatto in cui un piccolo cambiamento può generare un effetto a catena sull'intero sistema.

Come sottolinea David Keith (2019), questo approccio è simile alla musica folk con accordi jazz: appare semplice in superficie, ma la semplicità svanisce non appena provi a riprodurla. Questa economia di mezzi richiama la tradizione di Milton Erickson, secondo cui il terapeuta dovrebbe utilizzare l'intervento minimo necessario affinché il paziente possa attivare le proprie risorse (Haley, 1973; Rossi, 1980)

Cosa significa concretamente per il paziente?

Quando un paziente varca la soglia dello studio, spesso porta con sé l’aspettativa di un percorso monumentale e magari si aspetta lunghe spiegazioni sulle cause remote del suo malessere.

Flavio Cannistrà (Cannistrá, F., 2019) nel descrivere il suo lavoro con Daniel, un uomo con una storia di violenza cronica, illustra perfettamente questo scontro tra aspettative e realtà. Il paradosso del "fare meno" si manifesta qui nella precisione della tecnica scelta.

Invece di lottare contro la violenza di una vita intera o sommergere Daniel di istruzioni complesse, il terapeuta utilizza la logica dell’aumentare per ridurre affidandogli un semplice compito osservativo: la “ricerca di conferma”.

Daniel doveva cercare attivamente, ogni giorno, segnali oggettivi di ostilità sui volti degli sconosciuti. Il risultato fu dirompente: in tre settimane, Daniel tornò riferendo di non aver trovato alcun segno di minaccia, aprendo così una fessura in una visione del mondo paranoide che durava da decenni.

Harry Goolishian (Bobele, M. 2019) amava ripetere che un buon intervento terapeutico è come un fiammifero da cucina.

Non serve appiccare un incendio boschivo per illuminare il cammino di una persona. Spesso, basta una singola scintilla, un intervento minimo ma di estrema precisione chirurgica, per permettere ai pazienti di vedere improvvisamente la via d'uscita. Il compito del terapeuta non è fornire la luce, ma accendere quel fiammifero che facilita il processo di cambiamento del cliente.

Fonti

Hoyt, M. F., & Bobele, M. (a cura di). (2019). Creative Therapy in Challenging Situations: Unusual Interventions to Help Clients. Routledge .

Ritterman, M. (2019). The Single Stroke: What Makes “Zingers” Zing? In M. F. Hoyt & M. Bobele (a cura di), Creative Therapy in Challenging Situations (pp. 163–171).

Keith, D. V. (2019). Random Effects of Ambiguity Along the Pathway Toward Health. In M. F. Hoyt & M. Bobele (a cura di), Creative Therapy in Challenging Situations (pp. 144–155).

Cannistrá, F. (2019). A Violent Life: Using Brief Therapy “Logics” to Facilitate Change. In M. F. Hoyt & M. Bobele (a cura di), Creative Therapy in Challenging Situations (pp. 47–57).

Watzlawick, P., Weakland, J. H., & Fisch, R. (1974). Change: Principles of problem formation and problem resolution. Norton

Haley, J. (1973). Uncommon therapy: The psychiatric techniques of Milton H. Erickson, M.D. Norton

Bobele, M. (2019). On a Small Island off the Coast of Texas. In M. F. Hoyt & M. Bobele (a cura di), Creative Therapy in Challenging Situations: Unusual Interventions to Help Clients (pp. 30–46).

Scritto da Simona Barra

Sono Simona Barra, psicologa clinica iscritta all’Ordine degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia e in formazione presso la Scuola di Psicoterapie Brevi Sistemico Strategiche ICNOS.
Con la Terapia a Seduta Singola e le terapie brevi lavoro con persone che vivono esperienze di ansia intensa, segnali psicosomatici o difficoltà legate alla performance aiutandole a sbloccare ciò che si è inceppato anche in un solo incontro.

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