“Fallire” una TSS: cosa leggere quando il cambiamento non avviene

Scritto da Giulia Monaco

Quando il cambiamento non arriva


La seduta si conclude. Il paziente ringrazia, dice che l'incontro è stato utile, ma il cambiamento che speravamo di osservare non emerge.
In quei momenti è naturale interrogarsi. La domanda immediata può essere: che cosa non ha funzionato? Abbiamo scelto l'intervento giusto? Abbiamo posto le domande più utili? Abbiamo perso un'occasione?
Il rischio è leggere la seduta esclusivamente attraverso il risultato finale, considerando
l'assenza di un cambiamento evidente come un fallimento.
Il mindset della Terapia a Seduta Singola propone invece una prospettiva differente.
Pensare ogni seduta come potenzialmente l'ultima non significa aspettarsi che ogni incontro produca una trasformazione completa e immediatamente osservabile. Significa assumersi la responsabilità di rendere ogni incontro il più significativo possibile, offrendo al paziente un'esperienza che possa generare movimento, anche quando il cambiamento non è ancora
visibile.

Per questo, quando il cambiamento non appare, la domanda più utile potrebbe non essere: "Perché questa seduta non ha funzionato?", ma: "Che cosa posso imparare da ciò che è accaduto?"

La seduta come fonte di informazioni


Quando il cambiamento non emerge nell'immediato, la tentazione può essere quella di cercare subito una tecnica diversa, una prescrizione più efficace o una domanda che avremmo potuto formulare meglio.
Questa riflessione è certamente parte del lavoro clinico, ma il primo passaggio consiste nel fermarsi e osservare la seduta nel suo complesso.
Che cosa è realmente accaduto durante quell'incontro? Il paziente ha osservato il problema da una prospettiva nuova? È emersa una possibilità diversa rispetto alle soluzioni già tentate? È comparso anche solo un piccolo elemento di discontinuità rispetto al modo abituale di affrontare la difficoltà?
Anche quando il cambiamento non è immediatamente visibile, una seduta può produrre elementi significativi. Può modificare una narrazione consolidata, introdurre un dubbio rispetto a una convinzione rigida, permettere al paziente di sperimentare una posizione diversa rispetto al proprio problema.

Il cambiamento, infatti, non coincide sempre con una soluzione immediata. Talvolta si manifesta attraverso piccoli spostamenti che diventano riconoscibili solo successivamente, quando il paziente porta nella propria quotidianità ciò che è emerso durante l'incontro.

Per questo motivo, valutare una seduta esclusivamente sulla base di ciò che è cambiato nel momento della chiusura rischia di offrire una lettura incompleta del processo terapeutico.

Ogni incontro restituisce informazioni preziose che aiutano il terapeuta a comprendere meglio il percorso del paziente e a orientare il lavoro clinico.

Il vero fallimento è perdere la curiosità clinica


Il valore del mindset della Terapia a Seduta Singola non risiede nella convinzione che ogni seduta debba necessariamente produrre un cambiamento straordinario. Risiede, piuttosto, nella capacità del terapeuta di considerare ogni incontro come un'occasione irripetibile di lavoro e apprendimento.

Una seduta nella quale il cambiamento non è avvenuto può diventare un'importante fonte di informazioni. Può aiutare il terapeuta a comprendere meglio ciò che mantiene il problema, ciò che ostacola il movimento o ciò che il paziente sta ancora cercando di proteggere.
La domanda quindi cambia: non è più soltanto "Ha funzionato?", ma anche "Che cosa mi ha insegnato questa seduta?"
Questo atteggiamento richiede curiosità clinica e disponibilità a mettere continuamente alla prova il proprio modo di osservare. Non significa accontentarsi dell'assenza di cambiamento, né ridurre l'importanza dell'efficacia terapeutica. Al contrario, significa mantenere il cambiamento come obiettivo, senza trasformarlo nell'unico criterio con cui valutare il valore di un incontro.


Il vero fallimento, in quest'ottica, non è una seduta nella quale il cambiamento non è comparso. È perdere la curiosità clinica: smettere di interrogarsi, rinunciare a comprendere ciò che quella seduta può insegnare e chiudere prematuramente il processo di riflessione.

Ogni incontro terapeutico lascia una traccia: nel paziente, nella relazione e anche nel terapeuta. Imparare a coglierla significa trasformare ogni seduta in un'opportunità per offrire interventi sempre più mirati e significativi.

Perché il mindset della Terapia a Seduta Singola non riguarda soltanto ciò che il terapeuta fa durante una seduta. Riguarda soprattutto il modo in cui sceglie di guardare ogni incontro: come un'occasione unica in cui il cambiamento può emergere, ma anche come uno spazio prezioso da cui continuare a imparare.


Riferimenti bibliografici


Hoyt, M. F. (Ed.). (2018). Single-Session Therapy by Walk-In or Appointment (2nd ed.).
Routledge.
Talmon, M. (1990). Single-Session Therapy: Maximizing the Effect of the First (and Often
Only) Therapeutic Encounter. Jossey-Bass.
Duncan, B. L., Miller, S. D., Wampold, B. E., & Hubble, M. A. (2018). The Heart and Soul of
Change: Delivering What Works in Therapy (2nd ed.). American Psychological Association.
Miller, S. D., Hubble, M. A., & Chow, D. (2017). Better Results: Using Deliberate Practice to
Improve Therapeutic Effectiveness. American Psychological Association.
Wampold, B. E., & Imel, Z. E. (2015). The Great Psychotherapy Debate: The Evidence for
What Makes Psychotherapy Work (2nd ed.). Routledge.

    Scritto da Giulia Monaco

    Psicologa clinica, specializzanda in psicoterapia breve sistemico-strategica presso Istituto ICNOS.
    Svolge attività di consulenza psicologica con adulti, occupandosi di valutazione e intervento clinico. Lavora secondo un modello di psicoterapia breve a orientamento sistemico e costruttivista, focalizzato sul cambiamento concreto e sull’attivazione delle risorse personali.

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