Il ruolo delle aspettative: come influenzano l’efficacia di una singola seduta

Scritto da Giovanna Torre

Le scarpe con cui entriamo in seduta

Le aspettative sono un po’ come le scarpe che scegliamo prima di percorrere una strada. Non cambiano la lunghezza del percorso né eliminano gli ostacoli, ma possono cambiare il modo in cui lo affrontiamo. Se sappiamo di dover camminare per cinque chilometri, partire con una scarpa comoda o con un tacco non è la stessa cosa.

Anche il terapeuta entra in ogni singola seduta con le proprie aspettative. Ha delle ipotesi sul problema, sul cambiamento possibile e sul tempo che potrebbe essere necessario. Alcuni percorsi richiedono più tempo di altri e tenerne conto fa parte del lavoro clinico. Ma aspettarsi che una terapia possa durare mesi non significa considerare la seduta di oggi soltanto come un passaggio verso qualcosa che accadrà più avanti.

Hoyt (2018), tra le caratteristiche della terapia breve, indica l’enfasi sulle competenze e sui punti di forza insieme a un’aspettativa di cambiamento capace di produrre speranza. Piccirilli porta questa prospettiva anche all’interno di percorsi composti da più incontri: ogni seduta può essere considerata completa in sé, pur facendo parte di una terapia che continua (Piccirilli, 2018).

Piccirilli (2018) riporta anche l’esperienza di una terapeuta che dovette concludere un percorso a causa del trasferimento del paziente. La certezza che non ci sarebbe stato un incontro successivo modificò l’atteggiamento di entrambi verso quella seduta, consentendo uno sblocco mai raggiunto nei due anni precedenti.

Questo non significa che avere meno tempo renda una terapia più efficace. La domanda è un’altra: quanto cambia il mio modo di stare in seduta se mi aspetto che qualcosa di utile possa accadere proprio oggi? Questa aspettativa può orientare le domande che faccio, ciò che noto, quello che approfondisco e ciò che scelgo di non rimandare. Il tempo rimane lo stesso. Può cambiare il modo in cui lo utilizzo.

Anche la persona arriva con le sue scarpe

Anche la persona arriva in seduta con le proprie aspettative. Ha una sua teoria su ciò che le sta accadendo, su quanto sia possibile cambiare, sul tempo che potrebbe essere necessario e su ciò che il terapeuta dovrebbe fare per aiutarla. Può aspettarsi di trovare una soluzione, comprendere le cause del problema, ricevere indicazioni precise oppure pensare che cambiare sarà molto difficile.

Queste aspettative non sono informazioni da raccogliere una volta per tutte all’inizio della terapia. Possono essere esplorate nuovamente in ogni singola seduta. Le domande diventano allora uno strumento per comprenderle e renderle utilizzabili: “Che cosa dovrebbe accadere oggi perché questo incontro ti sia utile?”, “Se potessimo occuparci di una sola cosa, quale sarebbe la più importante?”, “Che cosa pensi potrebbe aiutarti?”, “Come ti accorgeresti che qualcosa sta iniziando a cambiare?”.

Hoyt (2018) propone di esplorare obiettivi, tentativi già compiuti, risorse ed eccezioni al problema e di verificare durante l’incontro se il lavoro stia procedendo nella direzione desiderata dalla persona: “Quello che stiamo facendo ti è utile?”, “Stiamo lavorando su ciò che volevi?”, “Cosa potrei fare per esserti più utile?”.

Le aspettative, infatti, possono cambiare durante la seduta. Il lavoro terapeutico può contribuire a modificarle attraverso le domande e il linguaggio utilizzato (Battino, 2022). Una domanda su un’eccezione, un “come se” o una ristrutturazione possono introdurre una prospettiva differente. Una ristrutturazione non modifica necessariamente i fatti, ma può modificare la cornice attraverso cui vengono osservati. E una cornice differente può ampliare ciò che la persona riesce a considerare possibile.

Avere un’aspettativa di cambiamento non significa quindi suggerire che il cambiamento avverrà certamente. Significa costruire una conversazione nella quale possa essere pensato, descritto e riconosciuto quando emerge.

Quando le aspettative si incontrano

Le aspettative del terapeuta e quelle della persona non viaggiano su due binari separati. Entrano nella relazione e possono influenzarsi reciprocamente.

Se mi aspetto che qualcosa di utile possa accadere nella seduta di oggi, questa aspettativa orienterà almeno in parte ciò che cerco e le domande che pongo. Le risposte della persona potranno confermare alcune mie ipotesi e smentirne altre. Ciò che ascolto modificherà le domande successive. Quelle domande potranno, a loro volta, modificare ciò che la persona considera possibile.

Il processo è quindi circolare. Le mie aspettative orientano il mio intervento, la risposta dell’altro modifica le mie aspettative e la nostra interazione può trasformare quelle con cui entrambi eravamo entrati nella stanza. Non si tratta di “pensare positivo” e neppure di convincere la persona che cambierà. Significa mantenere aperta la possibilità che la cornice iniziale possa modificarsi e che qualcosa di nuovo possa diventare visibile e utilizzabile durante quell’incontro.

Alla seduta successiva questo processo può ricominciare. Non da zero, ma senza presumere che le aspettative della settimana precedente siano ancora le stesse. Cosa è cambiato? Cosa è importante oggi? Cosa si aspetta adesso la persona? E io terapeuta cosa mi sto aspettando da questo incontro?

Mantenere il focus sulla singola seduta non significa aspettarsi che ogni problema possa essere risolto in un’ora. Significa non presumere che ciò che può essere utile oggi debba necessariamente accadere domani.

La strada può essere lunga. Ma, a ogni incontro, possiamo ancora chiederci con quali scarpe abbiamo deciso di percorrerne il tratto di oggi.

Bibliografia

Battino, R. (2022). Aspettativa: l’essenza di una terapia molto breve. In M. F. Hoyt e M. Talmon (a cura di), Terapia a seduta singola e servizi walk-in. Capturing the moment (pp. 241-253). CISU.

Piccirilli, F. (2018). Il mindset per una terapia a seduta singola. In F. Cannistrà e F. Piccirilli, Terapia a seduta singola. Principi e pratiche. Giunti.

Hoyt, M. F. (2018). Psicoterapie brevi. Principi e pratiche. CISU.

Scritto da Giovanna Torre

Psicologa e psicoterapeuta in formazione in terapie brevi sistemico-strategiche presso la Scuola ICNOS, iscritta all’Albo degli Psicologi del Lazio. Lavora con adolescenti, adulti e famiglie in contesti clinici e complessi, in collaborazione con servizi, scuole e organizzazioni. Si occupa di sessuologia, neurodivergenza e disabilità, sviluppando interventi orientati alle risorse e percorsi di autonomia. Svolge attività clinica, formazione e progettazione nei servizi alla persona, lavorando sull’integrazione tra intervento psicologico, contesti educativi e sistemi organizzativi. Si interessa in particolare alla terapia a seduta singola e alla costruzione di cambiamenti concreti già nel primo incontro.

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