Terapia a Seduta Singola e primi colloqui: suggerimenti da terapeuta a terapeuta

Scritto da Selena Tomei

Il paziente ideale non esiste!

Se volessimo identificare un ipotetico paziente ideale per un lavoro di terapia, probabilmente sarebbe colui che in apertura di seduta verrebbe a dirci: “le fornirò tutte le informazioni che lei richiede, nella forma più chiaramente comprensibile; terrò in seria considerazione qualsiasi nuovo modo di vedere il mio problema lei mi presenti; cercherò di mettere in atto, al di fuori dello spazio della seduta, qualunque nuovo schema comportamentale lei mi proponga, e infine farò del mio meglio per far venire in trattamento chiunque, tra i miei familiari ed amici, possa contribuire alla risoluzione del mio problema” (Fisch et al., 1983, p. 30).

Sebbene questa possa configurarsi come una situazione ideale, nella realtà, è abbastanza improbabile che una persona risponda a questa descrizione- e anche se lo facesse- non è detto che il terapeuta abbia la strada spianata.

Molto più spesso, come terapeuti, ci troviamo ad affrontare delle resistenze, che il paziente agisce più o meno consapevolmente nei confronti dei tentativi del terapeuta di condurre il trattamento.

È fondamentale, dunque, che il terapeuta conosca e agisca al meglio quelle che Fisch, Weakland e Segal (1983), definiscono facoltà di manovra, ovvero quella capacità del terapeuta di intraprendere azioni finalizzate, malgrado la presenza di ostacoli vaganti o limitazioni (p.30).

Sul diventare un terapeuta efficace, possiamo lavorarci!

La questione diventa ancora più saliente all’interno della cornice e del mindset della Terapia a Seduta Singola, un metodo di intervento psicologico sviluppato e sistematizzato all’interno della cornice epistemologica e teorica delle terapie brevi (Cannistrà & Piccirilli, 2018), dove l’obiettivo è massimizzare l’efficacia di ogni singolo incontro per rispondere alla richiesta della persona in modo focalizzato.

Sebbene sia un presupposto fondamentale e trasversale ai diversi approcci di terapia breve, quello dell’utilizzo efficace del tempo nel lavoro di terapia, nel mindset a seduta singola, diventa ancor più un elemento da attenzionare. Riprendendo le riflessioni di Slive e Bobele (che hanno sviluppato il metodo canadese-texano di Terapia a Seduta Singola), pensare di avere a disposizione solamente un’ora (Cannistrà & Piccirilli, 2018, p. 38), fa si che il terapeuta arrivi all’incontro con l’idea che quell’ora non sia comunque sufficiente. Pensare, al contrario, di avere un’intera ora per lavorare, (Cannistrà & Piccirilii, 2018, p. 38), metterà in condizione il terapeuta di essere altamente focalizzato e orientato all’identificazione di un obiettivo da raggiungere nell’ambito di quella seduta, che non rappresenta l’inizio di qualcosa, ma un incontro completo in sé.

Sebbene una singola seduta possa essere ciò di cui la persona ha effettivamente bisogno in quel momento (a tal proposito, gli studi ci mostrano che circa il 40-60% delle persone ritiene sufficiente una sola seduta, cfr. Cannistrà & Piccirilli, 2018), è altrettanto fondamentale non confondere un mindset a seduta singola con l’idea che tutti i problemi si possano risolvere in un singolo incontro.

Un unico incontro non significa correre

Uno dei più imponenti fraintendimenti sulle terapie brevi, riguarda l’idea che in qualche modo ci sia una corsa al risultato finale: una fretta che porta a saltare le tappe, ad ignorare aspetti importanti, per raggiungere quanto prima la risoluzione del problema. Niente di più lontano dalla pratica delle terapie brevi e della terapia a seduta singola, dove l’utilizzo focalizzato del tempo, si traduce in un utilizzo attento e modulato del tempo all’interno della seduta.

Piuttosto che cercare di essere brillante, un terapeuta con un mindset a seduta singola, sa dare il tempo necessario ad ognuno degli interventi fondamentali del processo (come quelli individuati nell’ambito del Metodo Italiano, sviluppato ed evoluto dal team dell’Italian Center for Single Session Therapy): l’obiettivo non è offrire un servizio veloce, ma ciò che è davvero utile per quella persona (e questo, spesso, si traduce sorprendentemente in una oggettiva riduzione dei tempi del lavoro di terapia).

Il problema è grande, ma non è detto che la soluzione lo sia altrettanto

Di fronte ad una persona che ha un problema importante da molto tempo, siamo erroneamente portati a credere che anche la sua soluzione richiederà tempi e sforzi importanti: questa credenza, oltre a non avere riscontri empirici, rischia di allontanare l’azione terapeutica dalla sua efficacia.

La terapia deve ridurre la complessità, piuttosto che alimentarla, e portare la persona a riconquistare i propri punti di forza e le proprie risorse. Compito del terapeuta è, fin dal primo incontro (anche se quello sarà l’unico incontro), quello di mettere la persona nella condizione di poter riattivare le proprie risorse per metterle al servizio del problema. E questo, spesso, richiede interventi minimali da parte del terapeuta, ad esempio portare la persona a visualizzare delle eccezioni, in cui il problema non si è presentato o è stato fronteggiato efficacemente.

Al centro c’è la persona, non tu

Se la terapia seduta singola è un metodo terapeutico basato sulle risorse della persona, questo è possibile per la posizione centrale che la persona assume all’interno del processo: non uno spettatore, non una macchina da aggiustare, ma un cooperatore attivo alla risoluzione del proprio problema.

Nel metodo della terapia a seduta singola, il ruolo centrale che la persona assume all’interno del processo terapeutico è il vero motore dell’intervento (Duncan & Miller, 2004). Persona che collabora attivamente con il terapeuta in virtù della posizione di esperta della propria teoria del cambiamento (Duncan & Miller, 2000).

A sostegno di un approccio costruttivista e collaborativo, ciò che viene incoraggiato e tenuto in considerazione da parte del terapeuta è la visione che il cliente ha del processo e di cosa pensa di aver bisogno per cambiare.

Indagare la Teoria del Cambiamento del cliente significa capire ciò che lui pensa possa essergli o non essergli utile per stare meglio: significa anche trasmettere rispetto per la sua personale concezione del problema. Dare per scontato che la teoria del terapeuta di ciò che serve alla persona per stare meglio sia la più utile e funzionale, significa limitare profondamente le possibilità di azione efficace della terapia.

Il vantaggio di chiedere alla persona cosa invece secondo lei serve per cambiare, è anche aumentare le probabilità di trovare una strada collaborativa e vantaggiosa poiché perfettamente adeguata alle caratteristiche, credenze, motivazioni e possibilità della persona stessa, riducendo in questo modo anche le sue eventuali resistenze (de Shazer,1985).

Bibliografia

Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2018). Terapia seduta singola. Principi e Pratiche. Giunti Editore.

de Shazer, S. (1985). Keys to Solution in Brief Therapy. W. W. Norton & Company.

Duncan, B. L., & Miller, S. D. (2000). The client’s theory of change: Consulting the client in the integrative process. Journal of Psychotherapy Integration, 10(2),169-187. https://doi.org/10.1023/A:1009448200244

Duncan, B.L., Miller, S.D., & Sparks, J. (2004). The Heroic Client: A Revolutionary Way to Improve Effectiveness through Client-Directed, Outcome-Informed Therapy (2 ed.). Jossey-Bass.

Fisch, R., Weakland, J.H. & Segal, L. (1983). Change. Le tattiche del cambiamento. (trad. Salvatore Maddaloni). Casa Editrice Astrolabio.

Scritto da Selena Tomei

Psicologa, PhD in Psicologia Sociale. Da oltre dieci anni mi occupo di supporto psicologico e formazione, con l’obiettivo di promuovere il benessere di persone, famiglie e organizzazioni, aiutandole a superare momenti critici e difficoltà. Nel mio lavoro, integro strumenti e tecniche di più modelli di terapia breve, che seguono un approccio resource-based e strenght-oriented. L’obiettivo è rendere ogni sessione di lavoro il più efficace ed efficiente possibile, facilitando il cambiamento in tempi brevi.
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