Quando uno psicologo fa un intervento diretto con i bambini deve tenere in considerazione diversi aspetti che differiscono dal lavoro con gli adulti. Con i bambini infatti non possiamo aspettarci di portare avanti una seduta o un percorso terapeutico come faremmo con un adulto: bisogna tenere conto non solo del diverso livello cognitivo, ma anche di capacità attentive molto più labili, impossibilità di introspezione e difficoltà ad esprimere emozioni complesse.
Tuttavia i bambini possiedono grandi risorse di cui l’adulto non sempre dispone con la stessa flessibilità dei piccoli: questi hanno un accesso naturale al pensiero immaginativo e simbolico.
Per questo motivo, il terapeuta deve adattare il suo intervento alla modalità di comunicazione e di espressione dei bambini: mentre con l’adulto possiamo usare un linguaggio più astratto e figurato con il bambino dobbiamo orientare la conversazione su aspetti più concreti, in modo giocoso e semplice.
In tal senso, alcune tecniche della Terapia centrata sulla soluzione (TBCS) risultano perfettamente calzanti e appropriate per co-costruire il cambiamento che si desidera innescare nel bambino.
Perché la Miracle Question funziona con i bambini
La manovra chiave della TBCS per definire l’obiettivo della terapia e delineare uno scenario oltre il problema è la Miracle Question, o domanda del miracolo. Attraverso questa domanda, orientiamo le persone verso il futuro desiderato, chiedendo di immaginare in modo concreto e dettagliato come sarà la loro vita se dovesse accadere un miracolo stanotte e il problema sarà risolto o non ci sarà più.
Questa domanda, dal grande potere suggestivo e trasformativo, rappresenta una vera svolta nella terapia non solo per gli adulti ma diventa uno strumento utile con i bambini, proprio perché va incontro alla loro attitudine verso il pensiero immaginativo. La caratteristica quasi magica e narrativa della domanda del miracolo diventa un alleata, facilitando la collaborazione del bambino, attivando le sue capacità di problem solving e di regolazione emotiva.
Inoltre, le domande che espandono il suo futuro desiderato restituiscono senso di autoefficacia sottolineando l’aspetto comportamentale nella direzione del cambiamento (cosa farai tu di diverso).
Includere il sistema nel futuro desiderato
Va però detto che il bambino non sempre percepisce un problema come tale: quasi sempre sono i genitori o caregiver a fare richiesta di un supporto. La TBCS – e la domanda del miracolo nello specifico – possono aggirare l’analisi diretta del problema che rischia di stigmatizzare il bambino, focalizzandosi sulle possibili soluzioni a cui il bambino sa rispondere con fantasia e peculiarità.
Le soluzioni per i bambini sono più pratiche e basate sull’azione di quelle degli adulti: non sarà complicato per il terapeuta ancorare la descrizione del bambino alla realtà quotidiana che vive, facilitando quindi l’individuazione di segnali concreti che faranno dire che il cambiamento stia avvenendo.
In realtà, spesso il vero cliente della terapia non è il bambino, ma il sistema che lo circonda: i genitori, la famiglia, la scuola. Dunque l’obiettivo della domanda del miracolo non è solo far sì che il bambino cambi, ma cosa i genitori (o gli insegnanti) faranno di diverso per notare un cambiamento positivo nel comportamento del bambino.
In questo senso hanno molta importanza le domande che fanno luce sui risvolti sociali del cambiamento: chi noterà che sarà avvenuto il miracolo? Cosa diranno o faranno di diverso mamma e papà? Cosa cambierà a scuola?
Adattare la MQ alle competenze del bambino
Come accennato, non possiamo aspettarci di tenere un’ora intera il bambino seduto a raccontarci il suo futuro desiderato: il linguaggio e la modalità di interazione devono essere integrate nel gioco. Dobbiamo saper adattare la domanda del miracolo alla fascia di età del bambino e alle sue competenze di crescita.
Con i bambini più piccoli ad esempio, possiamo usare un linguaggio più metaforico e animato, che attinge al mondo fiabesco di fate, supereroi e animali magici. Possiamo utilizzare anche materiali concreti, come pupazzi, costruzioni e macchinine che aiutano a mimare le azioni concrete che il piccolo vuole raggiungere.
Con i bambini più grandi possiamo fare uso di storie, fumetti e disegni: disegnare il futuro desiderato su un foglio da portare a casa ad esempio può essere un modo per avere un riferimento concreto che fa da promemoria e da gancio per tutta la famiglia. Con ragazzi più grandi si può invece proporre di disegnare il giorno dopo il miracolo come fumetto o in 3-4 vignette.
In ottica solution, uno dei modelli più pratici e noti nel lavoro con i bambini è il Kids’skills method ideato da Ben Furman (2004). Questo metodo rende il cambiamento concreto e giocoso senza colpevolizzare il bambino ma trasformando il comportamento problematico in abilità da sviluppare. In un percorso di 15 tappe, il bambino, sostenuto dalla sua rete affettiva, si trasforma in “esperto” del nuovo comportamento che deve ancora acquisire, il tutto in un’ottica positiva coerente con l’approccio della Terapia Centrata sulla Soluzione che non fa uso di etichette.
BIBLIOGRAFIA
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2021). Terapia breve centrata sulla soluzione: Principi e pratiche. EPC srl.
Furman, B. (2004). Kids’ skills: Playful and practical solution-finding with children. St. Luke’s Innovative Resources.
Taylor, E. R. (2019). Solution-focused therapy with children and adolescents: Creative and play-based approaches. Routledge.

