Cosa succederebbe se smettessimo di chiederci perché qualcosa non funziona e iniziassimo a chiederci quando funziona e come farlo accadere di più?
Questa domanda è il cuore della Terapia Breve Centrata sulla Soluzione, sviluppata da Steve de Shazer e Insoo Kim Berg presso il Brief Family Therapy Center di Milwaukee a partire dagli anni Ottanta. Un approccio che ha cambiato il modo in cui molti professionisti pensano al cambiamento, non perché proponga tecniche sofisticate, ma perché chiede qualcosa di più difficile: un rovesciamento di prospettiva.
In questo articolo esploriamo la logica centrale di questo approccio: cosa significa fare di più ciò che funziona, come si traduce concretamente in seduta, e perché vale tanto per i nostri clienti quanto per noi.
Un principio che rovescia tutto
C’è una frase che de Shazer ripeteva spesso: “Se funziona, fanne di più. Se non funziona, fai qualcosa di diverso” (de Shazer, 1985). Semplice, quasi ovvia. Eppure applicarla davvero in seduta richiede un rovesciamento profondo.
La Terapia Breve Centrata sulla Soluzione non chiede al cliente di capire il proprio problema. Chiede di trovare i momenti in cui il problema è meno presente e di chiedersi cosa li ha resi possibili. Le risorse vengono cercate nel presente e nel passato del cliente, non costruite dall’esterno.
Questo cambia le domande che poniamo, cambia ciò che scegliamo di amplificare nel racconto del cliente. E cambia il posto che occupiamo nella relazione: non esperti del problema, ma co-costruttori di soluzioni. Una posizione che, a dirla tutta, richiede una certa umiltà clinica, ossia quella di resistere al richiamo del problem talk anche quando il cliente stesso ci porta in quella direzione.
Le eccezioni come materia prima
Se il principio è fare di più ciò che funziona, le eccezioni sono la materia prima con cui lavoriamo. Ogni problema, per quanto cronico, ha i suoi momenti di assenza o attenuazione. Il cliente spesso non li nota, o li considera colpi di fortuna, anomalie senza significato. Il nostro compito è restituire loro valore clinico.
Le domande sulle eccezioni vanno a indagare il come del miglioramento: “Ci sono stati momenti in cui le cose sono andate anche solo un pochino meglio? Cosa stava succedendo?” Dietro ogni risposta si nasconde una competenza che il cliente possiede già, anche se non la riconosce come tale.
Le domande scalari seguono la stessa logica. “Come mai è a 4 e non a meno?” non misura la gravità del problema: apre una conversazione sulle risorse già mobilitate. È un altro modo di fare di più ciò che funziona, solo che qui il punto di partenza non è un’eccezione narrata, ma un numero. E la domanda sul miracolo, nella sua apparente inverosimiglianza, aiuta il cliente a costruire una descrizione concreta e comportamentale del futuro desiderato, spesso rivelando che alcuni frammenti di quel futuro esistono già.
Un esempio: un cliente che riferisce di sentirsi bloccato “sempre”. Il terapeuta non accetta il sempre come dato definitivo, ma nemmeno lo confuta direttamente. Chiede: “C’è stato un momento, questa settimana, in cui il blocco era anche solo leggermente meno forte? Anche per poco?” La risposta, qualunque essa sia, apre uno spazio. Da lì si lavora. Non perché il terapeuta abbia trovato la soluzione, ma perché ha aiutato il cliente a ricordare che ne sa già qualcosa. Fare di più ciò che funziona inizia esattamente qui: da quella piccola eccezione che il cliente non aveva considerato.
Il principio vale anche per noi
Fare di più ciò che funziona non è solo un principio per i clienti. Vale anche dentro la seduta, per noi.
Ogni conversazione terapeutica contiene momenti in cui qualcosa si apre: il cliente trova un’eccezione che non aveva considerato, descrive un futuro che sembrava inaccessibile, risponde a una domanda scalare con una sorpresa genuina. Questi momenti vanno rallentati, evidenziati, esplorati. Sono il segnale che stiamo lavorando nella direzione giusta.
Ci sono anche momenti in cui la conversazione si chiude, scivola verso il problem talk, si inceppa. La competenza del terapeuta non sta nell’evitare che accadano ma nel riconoscerli e cambiare direzione senza forzare. Adattando ogni intervento a ciò che emerge, momento per momento.
Questo richiede una presenza vigile. E richiede la capacità di chiedersi, anche in seduta: “Cosa sta funzionando adesso? Come posso farne di più?”
Conclusione
La logica del fare di più ciò che funziona non è una tecnica. È un modo di guardare il cliente, cercando le risorse prima ancora di avere il quadro completo del problema. È un modo di stare nella seduta, chiedendosi cosa apre possibilità e cosa le chiude. Ed è, forse, un modo di pensare al proprio lavoro clinico: avere il coraggio di fare di più ciò che produce cambiamento e di abbandonare, senza troppi rimpianti, ciò che non lo produce.
La Terapia Breve Centrata sulla Soluzione chiede qualcosa di apparentemente semplice: fidarsi del cliente. Fidarsi che le risorse ci siano, anche quando non si vedono ancora. Lavorare con pazienza e precisione per aiutarlo a trovarle.
Nella prossima seduta, può valere la pena portare questa domanda: “Cosa sta già funzionando, anche in minima parte? E come posso aiutare il cliente a farne di più?”
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BIBLIOGRAFIA
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2021). Terapia breve centrata sulla soluzione: Principi e pratiche. EPC Editore.
O’Connel, B. & Palmer, S. (2014). Manuale di Terapia Centrata sulla Soluzione. Libri liberi.
Berg, I. K., & De Jong, P. (2003). Il colloquio centrato sulla soluzione. Parlare con i clienti nel modo che conduce ai risultati. Franco Angeli.

