L’apparente semplicità della TBCS
Chi osserva una seduta di Terapia Breve Centrata sulla Soluzione (TBCS) potrebbe pensare che il terapeuta faccia “poco”: poche parole, domande essenziali. Eppure, dietro quella che sembra leggerezza, c’è una precisione strategica.
La TBCS è un approccio orientato al futuro, che pone un focus radicale sulle risorse del cliente e su ciò che già funziona, piuttosto che sulle cause del problema. In questo modello, la competenza del terapeuta non si misura dalla quantità di interpretazioni o di interventi, ma dalla qualità delle sue domande e dalla sua capacità di co-costruire una conversazione generativa.
Il lavoro del terapeuta TBCS è tanto discreto quanto intenzionale. Ma per riuscire a lavorare in questo modo, “in sottrazione”, è necessario un cambiamento profondo: non solo di tecniche, ma di mentalità.
Il mindset del terapeuta in TBCS
La prima trasformazione che la TBCS chiede al terapeuta è interna: passare dal bisogno di capire il problema al desiderio di costruire la soluzione. In TBCS, il terapeuta abbandona la posizione di esperto del problema per diventare un co-costruttore di soluzioni.
Questo richiede una fiducia radicale nel cliente, partendo dal presupposto che ogni persona possieda già le risorse per il proprio cambiamento, anche se al momento non le riconosce. Il nostro approccio mentale si sposta quindi verso una curiosità genuina. Rinunciamo all’interpretazione (“Lei si sente così perché…”) per privilegiare la scoperta condivisa (“Come ha fatto a…?”).
Esempio Pratico: Quando un cliente dice: “Non riesco a dormire per l’ansia”, il terapeuta TBCS non indaga il ‘perché’ dell’ansia, ma potrebbe chiedere: “Ci sono stati momenti, anche piccoli, nell’ultima settimana, in cui è riuscito a rilassarsi un po’? O in cui l’ansia era meno forte? Cosa stava succedendo allora?”.
In questa semplice domanda si racchiude l’intero cambio di prospettiva: dal deficit alla risorsa.
Questo cambio di sguardo si concretizza, prima di tutto, nel modo in cui usiamo le parole.
Il linguaggio come strumento di costruzione
In TBCS, le parole non si limitano a descrivere la realtà: la creano. Il linguaggio è lo strumento principale attraverso cui terapeuta e cliente costruiscono possibilità nuove.
Le nostre domande orientano la conversazione e, di conseguenza, l’attenzione del cliente. Invece di chiedere: “Perché ti senti bloccato?”, una domanda che costringe a un’analisi del problema, il terapeuta TBCS chiederà: “Cosa noti di diverso quando ti senti anche solo un po’ più libero?”.
Questa non è una semplice variazione semantica; è un intervento. Stiamo attivamente spostando il focus da “cosa non funziona” a “cosa vuoi che accada”, o “cosa già accade, anche se in minima parte”. Le nostre riformulazioni aiutano il cliente a notare le eccezioni al suo problema, trasformandole da eventi casuali a prove di competenza. Il linguaggio che usiamo diventa performativo: non si limita a raccontare il passato, ma genera attivamente il futuro.
Il terapeuta costruisce, parola dopo parola, un contesto in cui il cliente può riconoscere e riappropriarsi delle proprie capacità. Ma per poter usare il linguaggio con tale precisione, non basta la tecnica. Serve uno specifico assetto interiore.
Il “modo di stare” del terapeuta
Essere terapeuti TBCS significa imparare a “stare” nel processo senza forzarlo. È una pratica di fiducia, non di controllo.
Questo richiede la capacità di tollerare l’incertezza e, a volte, la lentezza, lasciando che sia il cliente a guidare la conversazione e a definire i propri obiettivi. È un esercizio costante nel regolare la nostra ansia di “dover produrre un risultato” o di dover “fare” qualcosa di visibilmente terapeutico. È un percorso che ci porta ad acquisire la profonda consapevolezza che “fare meno” non equivale a “fare poco”.
A livello pratico, questo si traduce in micro-strategie come fare pause consapevoli prima di rispondere, usare un tono di voce che trasmetta genuina curiosità e non inquisizione, e fare continue micro-riflessioni interne: “Questa domanda serve a me per capire, o serve al cliente per far emergere risorse?”.
A volte la parte più difficile non è trovare la domanda giusta, ma restare nel silenzio giusto, permettendo al cliente di trovare la sua risposta.
Le difficoltà comuni del terapeuta in TBCS
Mantenere questa calma fiduciosa, però, non è sempre facile. La pratica clinica ci pone di fronte a inevitabili ostacoli. Ogni terapeuta che lavora in TBCS li incontra: la semplicità, paradossalmente, è la parte più complessa.
È facile, ad esempio, farsi trascinare dal “problem talk”, tornando inconsapevolmente a indagare le cause del problema. Possiamo iniziare a sentirci “inattivi” o “non sufficientemente terapeuti” se non offriamo interpretazioni profonde o interventi complessi. A questo si aggiunge l’ansia da prestazione, la pressione (spesso interna) di dover ottenere risultati rapidi in un approccio “breve”.
Non esiste una ricetta magica, ma l’esercizio costante e un lavoro di rilettura delle proprie sedute (attraverso trascrizioni o supervisioni) sono fondamentali per notare dove e quando si perde la prospettiva di soluzione.
Eppure, proprio nella gestione di queste difficoltà si manifesta la parte più sottile del lavoro: quel “fare invisibile” che tiene insieme la seduta.
Il fare invisibile: l’artigianato della TBCS
Molto di ciò che il terapeuta TBCS fa non si vede, ma si sente. È un lavoro di cesello, simile a quello di un artigiano che lavora materiali delicati.
Questo “fare invisibile” si manifesta in diverse forme. È il ‘guidare da dietro’ (Leading from behind), ovvero porre domande che permettano al cliente di sentirsi l’autore della scoperta. È l’ascolto selettivo: non significa ignorare il dolore, ma scegliere attivamente di amplificare le parole di speranza, di competenza e di possibilità, minimizzando quelle di blocco e di impotenza.
È, infine, la precisione nelle domande. Chiedere: “Mi hai detto che lunedì è andata leggermente meglio. Cosa, esattamente, ha reso possibile quel ‘leggermente’?” non è una domanda casuale, ma un intervento mirato a identificare e replicare un micro-cambiamento. È proprio il valore del micro-cambiamento che diventa il motore della macro-trasformazione.
Questo artigianato, però, non è solo tecnico; poggia su una qualità relazionale profonda.
La presenza del terapeuta come fattore di cambiamento
In TBCS non contano solo le domande, ma come vengono poste. La presenza del terapeuta è, essa stessa, parte del cambiamento.
La coerenza tra le nostre parole, il nostro tono e la nostra postura corporea comunica qualcosa di fondamentale. Il cliente percepisce se crediamo davvero nelle sue risorse. Se facciamo una domanda sul “miracolo” con un tono scettico, la domanda fallirà. Se la poniamo con genuina curiosità, apriamo uno spazio sicuro per immaginare il futuro.
Come insegnavano i fondatori dell’approccio, Steve de Shazer e Insoo Kim Berg, la conversazione terapeutica è il luogo in cui la realtà si co-costruisce. In fondo, riflettere sul terapeuta TBCS significa riflettere su un modo diverso di abitare la relazione d’aiuto.
Il terapeuta come costruttore di possibilità
In definitiva, il terapeuta TBCS è, prima di tutto, un costruttore di possibilità. Non offre spiegazioni sul passato, ma apre spazi per il futuro. Il nostro lavoro si poggia su tre pilastri: la fiducia radicale nelle risorse del cliente, l’uso del linguaggio come strumento di costruzione e una presenza che valida e incoraggia.
La TBCS è una pratica di leggerezza consapevole. Ci invita a fare un passo indietro come “esperti” per fare un passo avanti come “facilitatori”. Come riflessione finale, possiamo chiederci: “Cosa succederebbe se, nelle nostre sedute, ci chiedessimo più spesso: Cosa sta già funzionando?”.
La TBCS non è solo una tecnica, ma un modo di guardare alle persone: con fiducia, curiosità e un profondo rispetto per il possibile.
Bibliografia
Cannistrà, F., & Piccirilli, F. (2021). Terapia breve centrata sulla soluzione: Principi e pratiche. EPC Editore: Roma
O’Connel, B. & Palmer, S. (2014). Manuale di Terapia Centrata sulla Soluzione. Libri liberi: Firenze
Berg, I. K., & De Jong, P. (2003). Il colloquio centrato sulla soluzione. Parlare con i clienti nel modo che conduce ai risultati. Milano: Franco Angeli

