Tre domande di TBCS che cambiano la terapia (e forse anche la vita)

Scritto da Selena Tomei

Chi si avvicina per la prima volta alla Terapia Breve Centrata sulla Soluzione (TBCS) resta spesso sorpreso da un elemento tanto semplice quanto rivoluzionario: le domande.

Sebbene l’approccio orientato alla soluzione sia non normativo, come scrissero Scott Miller e Insoo Kim Berg nel 1992 (Berg & Miller, 1992, p. 7), è possibile individuare tre domande chiave che costituiscono i passaggi fondamentali, le pietre miliari di questo modello di terapia breve che ha rivoluzionato il modo di fare terapia, spostando l’attenzione dal problema e portandola sulle capacità del cliente di costruire, di generare le proprie soluzioni (de Shazer, 1985, 1988, 1991).

Non possiamo letteralmente avere idea, infatti, su cosa concentrarci, di cosa parlare, finché il cliente non fornisce un “punto di partenza”, un focus per avviare la conversazione.

Domande non casuali, domande che rispondono ad una struttura via via affinata nel tempo (grazie anche al lavoro portato avanti all’interno del BRIEF di Londra da parte di Chris Iveson, Evan George e Harvey Ratner), domande che poste con la giusta attenzione, possono trasformare radicalmente il corso della terapia. Sono domande che non analizzano il problema, non scavano nel passato, non cercano spiegazioni o risposte al perché di un determinato problema.

Al contrario, aprono spazi di possibilità che diventano spazi generativi di soluzioni. Fanno leva su ciò che funziona già nella vita del cliente. E lo fanno con precisione chirurgica.

Questo articolo ha l’obiettivo di esplorarle nel dettaglio.

1. Quali sono le tue migliori aspettative da questo incontro?

Diversi anni fa durante un’intervista ad una conferenza sulla TBCS venne posta una domanda a Evan George su quale fosse secondo lui la domanda più importante nell’approccio orientato alla soluzione. George non ebbe esitazione nel rispondere che la domanda più importante era la domanda sulle migliori speranze/aspettative del cliente (George, Iveson & Ratner, 1999).

È la domanda d’apertura, il primo passo di ogni percorso di TBCS. Non si tratta di un’apertura generica, di una raccolta anamnestica, ma di un invito diretto a partire guardando oltre il problema. Lo scopo non è solo comprendere “perché sei qui”, ma “per che cosa sei qui”.

La domanda sulle migliori aspettative/speranze:

  • orienta immediatamente la conversazione verso una direzione;
  • permette al terapeuta di allinearsi agli obiettivi del cliente;
  • consente al cliente di emanciparsi dalla narrazione del problema per iniziare a costruire quella della soluzione.

Questa prima domanda da sola ha già un importante potere terapeutico e trasformativo. Offre una via d’uscita dalla trappola del “non funziona” e apre alla possibilità del “cosa voglio che funzioni”.

È importante notare che le risposte a questa domanda possono essere varie: un obiettivo concreto, la risoluzione di un sintomo, ma anche uno stile di vita desiderato. È compito del terapeuta aiutare il cliente a trasformare “mezzi” in “fini”, a passare dal generico al concreto, a rendere operazionalizzabile e misurabile ciò che inizialmente può apparire astratto.

2. E se domani accadesse un miracolo?

Se le migliori aspettative rappresentano la direzione, il futuro desiderato rappresentare la meta.

È importante notare che nella TBCS è la risposta del cliente sulle sue migliori aspettative/speranze, a guidare la domanda successiva.

L’intervento classico è la conosciuta miracle question, poi evoluta anche nella tomorrow question, utilizzata al BRIEF: si costruisce tramite un’accurata esplorazione di ciò che il cliente farà, sentirà, penserà quando le sue migliori aspettative e speranze saranno realizzate. Non si tratta di una visione ideale astratta, ma di un’esplorazione dettagliata e concreta dello scenario oltre il problema.

Ciò che si invita il cliente a descrivere, quando viene posta la domanda (Ratner, George & Iveson, 2012), è la vita che contiene le “migliori speranze”, la vita del cliente trasformata dalle migliori speranze che si realizzano:

Immagina che stanotte, mentre dormi, accada un miracolo e le tue migliori aspettative si saranno realizzate. Domani mattina, al tuo risveglio, qual è la prima cosa che noterai che ti farà capire che il miracolo è accaduto?

Con questa domanda si chiede alla persona di descrivere la vita che vivrebbe se le sue migliori speranze/aspettative si realizzassero.

È una domanda potente, spesso destabilizzante per chi è abituato a raccontarsi attraverso il problema. Per questo è fondamentale guidare il cliente nell’andare oltre una risposta generica, stimolando descrizioni ricche di dettagli osservabili, concreti magari già agiti.

Questo lavoro di costruzione narrativa ha una duplice funzione:

  • attiva le risorse già presenti, che spesso il cliente ha smesso di notare;
  • prefigura un cambiamento che, proprio perché descritto in termini concreti, diventa più accessibile e realizzabile.

Infine, dobbiamo ricordare le tre dimensioni cardine della descrizione del futuro preferito:

  1. si chiede al cliente qual è la sua prospettiva,
  2. si chiede al cliente la prospettiva degli altri,
  3. infine, si invita il cliente a dare vita alla descrizione descrivendo il contesto interazionale.

Le nostre vite sono vissute e sperimentate nell’interazione e la TBCS ha il potere di portare questi modelli di interazione modificati direttamente nel dialogo, nella descrizione del cliente, aumentando le probabilità di una loro realizzazione e concretizzazione.

3. Le scale del cambiamento (quello già in corso nel presente e quello nel futuro)

Altro passaggio fondamentale nella TBCS sono le cosiddette scaling questions: una volta definita la direzione e costruita la meta, le scale del presente e del progresso ci permettono di mappare il percorso.

Vengono introdotte chiedendo al cliente di valutarsi su una scala da 0 a 10, dove 10 rappresenta la piena realizzazione delle migliori aspettative e 0 la situazione diametralmente opposta:

Su una scala in cui 10 rappresenta tutte quelle cose di cui abbiamo parlato e che vorresti vedere accadere nella tua vita domani, e 0 l’esatto contrario, dove ti trovi ora?”. (scala del presente)

Ciò che è di fondamentale importanza ricordare nell’utilizzo della tecnica della scala è che il numero indicato è quello del cliente, quindi è puramente soggettivo e non uno strumento di valutazione esterno condotto da un esperto.

 

Questa semplice domanda porta alla luce un elemento fondamentale: ciò che già funziona nella vita della persona. Perché se il cliente non è a 0, allora qualcosa lo tiene già in equilibrio.

Domande successive come “Cosa stai facendo che ti fa dire di essere a 4 e non a 3?”, oppure “Cosa noterai nei prossimi giorni che ti farà dire di essere salito di un punto?” guidano la conversazione in direzione della consapevolezza e dell’auto-efficacia percepita.

Le scale, nella TBCS, non sono strumenti valutativi, ma interventi terapeutici a pieno titolo. Spostano l’attenzione dal ciò che manca a ciò che è già stato messo in atto. E, soprattutto, alimentano la motivazione al cambiamento.

Tre domande, la costruzione di un cambiamento

In apparenza sono solo domande. Ma nella pratica terapeutica della TBCS rappresentano delle vere e proprie leve trasformative:

  • La domanda sulle migliori aspettative orienta l’intervento;
  • La costruzione del futuro desiderato stimola l’attivazione delle risorse;
  • L’uso delle scale aiuta a riconoscere progressi già in atto e a valorizzare ciò che funziona già.

Non sono formule magiche, ma strumenti potenti, da maneggiare con cura e con competenza clinica. E, se utilizzate con precisione e intenzionalità, possono non solo cambiare l’andamento di una terapia, ma anche, come spesso accade, la vita stessa delle persone che vi si affidano.

Bibliografia e sitografia  di riferimento

Berg, I. K. & Miller, S. (1992). Working with the Problem Drinker: a solution focused approach. New York: Norton.

de Shazer, S. (1985). Keys to Solution in Brief Therapy. New York: Norton & Company

de Shazer, S. (1988). Clues: Investigating Solutions in Brief Therapy. New York: Norton &

Company.

de Shazer, S. (1991). Putting Difference to Work. New York: Norton & Company.

George, E., Iveson, C. & Ratner, H. (1990; Revised and expanded Edition 1999).  Problem to Solution: Brief Therapy with Individuals and Families. London: BT Press.

Ratner, H., George, E., & Iveson, C. (2012). Solution Focused Brief Therapy: 100 Key Points andTechniques. Routledge.

https://www.brief.org.uk/resources/a-to-z-of-s-f-practice-part-3/‘s’-is-for-scale-questions-harvey-ratner.html

https://www.brief.org.uk/resources/a-to-z-of-sf-practice/b-is-for-‘best-hopes’-part-1.html

Scritto da Selena Tomei

Psicologa, PhD in Psicologia Sociale. Da oltre dieci anni mi occupo di supporto psicologico e formazione, con l’obiettivo di promuovere il benessere di persone, famiglie e organizzazioni, aiutandole a superare momenti critici e difficoltà. Nel mio lavoro, integro strumenti e tecniche di più modelli di terapia breve, che seguono un approccio resource-based e strenght-oriented. L’obiettivo è rendere ogni sessione di lavoro il più efficace ed efficiente possibile, facilitando il cambiamento in tempi brevi.
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