[Il caso clinico in questione NON è reale. Si tratta di un esempio che prende spunto da più situazioni modificate e rese irriconoscibili]

Diana (nome di fantasia), donna di 50 anni, moglie e mamma di una bambina di 5 anni. Mi viene inviata da un collega nutrizionista, il quale mi presenta una situazione di “incapacità di gestione del peso”.

Durante il primo incontro Diana mi descrive tutta la sua vita, parlandomi della sua famiglia d’origine: della perdita del padre, alla malattia della sorella e della separazione del fratello. Dai suoi occhi traspare voglia di “parlare”, di trovare ascolto: mantengo con lei un contatto visivo. Accenna alla sua vita matrimoniale e alle difficoltà che ha dovuto affrontare per avere un figlio. Si emoziona e chiede scusa. L’accolgo, accolgo la sua fragilità di donna.

Mi parla della figlia e del loro rapporto. In ultimo non meno importante mi descrive il suo ambiente lavorativo. Attualmente impiegata nel settore amministrativo in una azienda. Inizia con il raccontarmi nel che l’ultimo periodo si sente insoddisfatta e affranta del suo lavoro.

Mi dice “non riesco a parlare con il mio responsabile, non riesco a farmi capire, quando mi chiedono
chiarimenti su una procedura è come se mi bloccassi, non mi escono le parole. Io so benissimo come ho
fatto e quello che ho fatto, ma non riesco a farglielo capire. Non so come fare. mi sento una scema”.
A questo punto le chiedo: “quale è la tua miglior aspettativa dal nostro incontro di oggi?”
Lei: “uscire da qui ed essere più sicura di me”.

Indago cosa è per lei la sicurezza. Mi riferisce che vorrebbe sentirsi tranquilla e trovare le parole giuste per far capire a chi le sta vicino cosa ha fatto e come lo ha fatto. Diana è consapevole che il suo lavoro lo fa bene e con professionalità, ma quando deve parlare con qualcuno si blocca.

Le chiedo:” ti è mai capitato in passato di sentirti bloccata nel comunicare con qualcuno?”. Ci pensa. Non
riferisce eventi passati.

Mi faccio descrivere dettagliatamente le sue giornate lavorative, chiedendole di riportarmi anche esempi
delle parole che utilizza per comunicare con i colleghi.

Le pongo la domanda del “miracolo”: “durante la notte avviene un miracolo, te non te ne accorgi perché
stai dormendo, ma il problema non c’è più, da cosa noterai domani come prima cosa che il tuo problema non c’è più?”
Le si illuminano gli occhi.
“che mi alzo so che devo andare a lavoro ma sento dentro di me tranquillità, perché so come devo parlare al mio capo ai miei colleghi.”
“E poi? Cos’ altro noteresti di diverso?”
“che mentre preparo mia figlia per uscire di casa non mi sento nervosa, le parlo con tranquillità”
Indago la scala del presente, mi dice di sentirsi a quattro.
“Perché a quattro e non a cinque? le chiedo
“è come se non fossi pronta, mi sento imbarazzata quando devo parlare, non mi escono le parole, anche se dentro di me so cosa vorrei dire” mi dice
“quali sarebbero le parole più adatte?”.

Rimane in silenzio per qualche minuto. Le propongo di pensare a me come se fossi un suo collega o il suo capo e di provare a comunicarmi qualcosa. Diana, anche qui dopo qualche minuto di silenzio, accetta e prova, si mette in gioco. Con stupore sembra essere rilassata e trova le parole giuste.

“E’ proprio cosi che vorrei esprimermi cavolo”.

A questo punto le chiedo cosa noterebbe una volta che da quattro nella scala salirà a cinque. Mi descrive
nel dettaglio la sua giornata lavorativa. “Ed anche qui descrizione dettagliata di come approccerebbe,
sembra quasi stia vivendo il momento.

Prima di chiudere le chiedo se qualcuno, una volta riuscita a trovare la modalità comunicativa più appropriata si accorgerebbe di qualcosa. Diana senza esitare mi dice “sicuramente i miei colleghi, mi vedrebbero più sicura di me”.

Concludo la seduta rimandando a Diana tutto ciò che mi ha presentato, per capire se eravamo in linea.

Le chiedo di notare da qui ai prossimi giorni tutti i cambiamenti positivi che avvengono in ambito lavorativo, senza prenderne nota, quelli che ricorderà, per poi magari parlarne nel prossimo incontro che fissiamo a quindici giorni.

Diana torna da me a distanza di due settimane, ha una luce diversa negli occhi. Mi riporta che è riuscita a
confrontarsi con il capo e con i colleghi in maniera più decisa e sicura.

Si sente bene ed è soddisfatta di sé.

Mi dice di voler continuare a venire per poter insieme lavorare su altre questioni. Le dico che la “mia porta è sempre aperta!”

 

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