Quando si parla di psicoterapia breve molti sono ancora erroneamente convinti che si tratti di terapie superficiali, adatte la massimo a problemi semplici e di scarsa rilevanza, non adatta a quadri clinici caratterizzati da psicosi.

In realtà le terapie brevi nascono proprio con lo scopo di trattare situazione problematiche piuttosto gravi.

Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti sono stati investiti da un tremenda crisi economica. In breve tempo la cura della salute mentale è diventata non più solo un problema sanitario, ma sociale.

Proprio in questo scenario, caratterizzato da una dilagante povertà, iniziano a muovere i primi passi le terapie brevi.

In quegli anni molti psicologi si sono dovuti reinventare per lavorare in situazioni pericolose e per affrontare problemi complessi, come disturbi antisociali e DPTS.

Diagnosi descrittiva

Nelle terapie brevi caratterizzate da un epistemologia costruttivista ci si discosta dagli approcci tradizionali che giudicano imprescindibile la diagnosi per decidere quale trattamento applicare.

L’etichetta diagnostica rischia di indurre fissità, l’idea che il cambiamento sia estremamente difficile se non impossibile. Questo è ancor più vero quando si tratta di problematiche che possiamo far rientrare nella categoria delle psicosi.

Piuttosto che focalizzarsi sul dare un’etichetta si tende a descrivere operativamente il problema indagando ad esempio:

  • Quando si presenta?
  • Con chi?
  • In quali situazioni?
  • Come il cliente vive il problema?

Se abbiamo di fronte un cliente con una diagnosi di disturbo psicotico, non ci soffermeremo eccessivamente sull’etichetta, ma cercheremo di capire come funziona il problema per quella determinata persona.

Si parte dal presupposto che sia più semplice ed efficace lavorare con “Marco” o “Anna” piuttosto che con un disturbo psicotico caratterizzato da deliri erotomanici.

Accettazione della realtà del paziente

Nelle terapie brevi post strutturali si tende ad accettare la realtà del paziente senza sfidarla cercando di fargli mettere in discussione l’infondatezza della sua visione.

Si parte dal presupposto che la realtà che percepiamo è determinata dal punto di osservazione, dagli strumenti utilizzati e dal linguaggio che utilizziamo per comunicarla.

Il modo in cui un paziente descrive una realtà la cambia, se cambia la cornice del problema anche il problema cambia.

In quest’ottica durante la terapia il paziente e il terapeuta co-costruiscono una visione differente della realtà passando anche attraverso l’utilizzo di prescrizioni che aiutino il cliente a sperimentare nuovi modi di essere e di vedere la realtà e il problema.

Quando si tratta di psicosi, la tendenza della maggior parte dei terapeuti è quella di intervenire cercando di far comprendere al paziente l’assurdità del suo comportamento con domande che inquadrano implicitamente la manifestazione psicotica come un prodotto del disturbo mentale.

Alla base spesso c’è proprio la convinzione che non sia possibile intervenire se il paziente non raggiunge la consapevolezza dell’infondatezza delle sue credenze.

Nelle terapie brevi post strutturali il terapeuta abbandona questa soluzione arrivando addirittura, in molti casi, ad assumere un atteggiamento che sottintenda che la convinzione del paziente è valida.

Ed ecco che un terapeuta potrebbe arrivare a mettersi attivamente a cercare un microfono all’interno dello studio insieme ad un paziente delirante, convinto che la seduta venga spiata dai servizi segreti.

Terapia breve a lungo termine

Deve essere chiaro che quando si parla di terapie brevi non si fa riferimento solo al numero di sedute, ma ad una struttura ben definita.

Sono centrali i concetti di efficacia ed efficienza, si tratta di una terapia che restituisce competenze al cliente. Ci si focalizza su un obiettivo ben definito e specifico e si lavora per raggiungerlo nel minor tempo possibile.

Anche se i problemi sono più di uno spesso il cambiamento promuove ulteriori cambiamenti generando così un effetto a cascata.

Quando si interviene su problematiche di carattere psicotico come deliri e paranoie sorprendentemente, in diversi casi, validando la visione della realtà del paziente, anche con manovre paradossali, molti clienti abbandonano piuttosto rapidamente il tema del delirio preferendo concentrarsi su altre motivazioni che causano malessere.

Si lavora perciò su obiettivi, partendo dall’estinzione del sintomo aggirando la rigidità percettiva del soggetto tramite diverse tecniche.

È possibile che una volta estinto il sintomo il cliente si trovi ad dover affrontare nuove sfide ponendosi nuovi obiettivi insieme al terapeuta. La terapia può così accompagnare il cliente aiutandolo a consolidare i cambiamenti facendo leva sulle sue risorse diventando così una terapia breve a lungo termine.

Deve essere chiaro che una terapia breve può diventare a lungo termine solo in continuazione di una terapia che ha dato effetti nel breve termine. Se al contrario in un numero contenuto di sedute non ci sono miglioramenti si interrompe la terapia.

In conclusione…

Le terapie brevi sono efficaci anche per problemi considerati gravi. Spesso anche solo ponendosi obiettivi in modo efficace e imparando a guardare la persona e non l’etichetta è possibile intervenire rapidamente su condizioni considerate complesse come le psicosi.

 

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Bibliografia

Fisch R., Schlanger K. (2003). Cambiare l’immutabile. Terapia breve per i casi difficili. Raffaello Cortina Editore.

Nardone G., Balbi E., Vallarino A., Bartoletti M. (2017). Psicoterapia breve a lungo termine. Ponte alle Grazie.