Secondo il DSM-5 il disturbo oppositivo-provocatorio fa parte dei disturbi del comportamento e comprende difficoltà d’interazione con adulti e coetanei, tendenza alla sfida e all’istigazione, scarso rispetto delle regole, alle quali il bambino/adolescente si oppone con rabbia.
Inoltre si riscontrano anche livelli inappropriati di impulsività, distraibilità ed iperattività a casa e/o a scuola.
Dal manuale al quotidiano
Quello che in effetti accade tra le mura domestiche o scolastiche è di ritrovarsi con un bambino che “dice sempre no”, che non rispetta le regole, che non fa i compiti, che disturba cercando di attirare l’attenzione, oppure con un adolescente violento, trasgressivo e che si oppone alle regole.
La percezione dei genitori e degli insegnanti è quella di trovarsi come figlio o come studente un anarchico.
Inoltre questi comportamenti spesso compromettono il normale svolgimento delle attività a casa e/o a scuola.
Per tale ragione i genitori e gli insegnanti cercano di mettere in atto delle strategie per cercare di arginare il problema.
Le tentate soluzioni: quando tentar nuoce
Come direbbe Oscar Wilde: “spesso è con le migliori intenzioni che si ottengono i risultati peggiori”.
Infatti le soluzioni che insegnanti e genitori provano ad attuare davanti a queste situazioni possono rivelarsi tentate soluzioni disfunzionali, che non fanno altro che mantenere, alimentare o peggiorare il problema.
Una difficoltà viene affrontata in maniera non adeguata quando: si agisce quando non si dovrebbe agire, non si agisce quando si dovrebbe agire o si agisce a livello sbagliato.
Inoltre pur non essendo funzionali, queste strategie continuano ad essere messe in atto, non avendo a disposizione altri strumenti.
Una delle tentate soluzioni disfunzionali più frequenti è quella di relazionarsi con il bambino/adolescente considerandolo come “difficile”, “problematico”, o anche “bambino/adolescente con disturbo oppositivo-provocatorio”.
Così facendo, si conferma sia nella percezione del genitore/insegnante, che in quella del bambino/adolescente, che “ci risiamo di nuovo” e che “sarà sempre così” ed alimentando la profezia che si auto-adempie, invece di intervenire “ogni volta come fosse la prima volta”.
Ad ogni opposizione corrisponde una terapia breve uguale o contraria
La terapia breve in questi casi può essere un ottimo supporto per il disturbo oppositivo-provocatorio, ma si tende a non lavorare direttamente con il bambino, poiché in primis i genitori/insegnanti sono considerabili come i migliori terapeuti dei loro figli/studenti, dato che trascorrono con loro gran parte del tempo.
Inoltre è molto più proficuo lavorare con i genitori e/o insegnanti, piuttosto che con un bambino o ragazzo problematico che potrebbe boicottare la terapia e rendere vano il nostro intervento.
Non venendo fisicamente in terapia, il bambino senza sentirsi problematico, senza essere sottoposto alle domande di uno specialista, ma quasi magicamente, attraverso i nuovi comportamenti dei genitori o delle insegnanti, guidati dallo psicoterapeuta, cambierà comportamento.
Infine è bene eleggere il genitore/insegnante a co-terapeuta per evitare l’etichettamento del disturbo oppositivo-provocatorio in sua presenza.
Quello che molti sottovalutano è che un bambino quando va dallo psicologo o psicoterapeuta, si sentirà diverso già per il solo fatto che è in cura da uno specialista.
Il bambino prima di tutto non deve sentirsi etichettato, né come un bambino difficile né come problematico.
Non è difficile lavorare in modo indiretto, è solo diverso, anzi talvolta è anche più semplice.
Nietzsche direbbe: “E’ semplice rendere le cose complicate, ma è difficile renderle semplici.”
Tuttavia è bene sottolineare che non si escludono casi in cui si ritiene necessario fare un intervento diretto.
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Bibliografia
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