Le difficoltà del terapeuta nella relazione clinica

Le difficoltà del terapeuta nella relazione clinica

Quali sono le difficoltà del terapeuta che influenzano il rapporto con il paziente?

Nel corso degli studi universitari, ci hanno insegnato che uno scambio relazionale è ricco di difficoltà che influenzano il rapporto con il paziente. Solitamente si parla di  “resistenze” al cambiamento. Noi crediamo piuttosto che sia utile parlare di incapacità di “adattamento” alla realtà della persona che ci si trova di fronte.

Spesso i terapeuti partono dalla convinzione che il cambiamento debba avvenire solo da parte del cliente, condizione che implica un’azione unilaterale. Si esclude l’idea che, per permettere all’altro di cambiare, anche il terapeuta debba “adattare” la sua visione della realtà a quella del paziente stesso. Questo è un concetto principe degli insegnamenti presso la nostra Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Sistemico-Strategica (per conoscere la scuola clicca qu),

E’ inevitabile dunque che la relazione clinica sia influenzata dalle difficoltà del terapeuta. E’ necessario che lo stesso lavori su di sè e sulla sua capacità di essere propenso al cambiamento. Il desiderio di far aderire il paziente al nostro sistema di credenze o alla nostra teoria è mutuato dalla incapacità di osservare la realtà da diversi punti di vista.

Le Trappole del Terapeuta

Michael Hoyt individua alcune difficoltà del terapeuta nella relazione clinica. Le definisce trappole in cui può cadere un terapeuta che si accinge a “interpretare” la realtà del paziente con la sua teoria. Vediamone alcune:

  • Nelle terapie tradizionali si è fatta strada l’idea che un percorso di cambiamento debba essere lungo e tortuoso. Per cambiare occorrerebbe quindi un lungo percorso di terapia che si concentri prima sull’identificazione delle cause e poi sul funzionamento della persona nei vari ambiti della sua vita (familiare, affettivo, lavorativo, scolastico ecc.). Questo modo di pensare porta a non considerare l’obiettivo specifico che il paziente porta nella seduta. Un intervento mirato e focalizzato sul problema, non solo è di per sé chiarificante per la persona ma, in alcuni casi, è anche ristrutturante!
  • Le ricerche hanno dimostrato che intervenire sulla parte più piccola di un sistema porta a ristrutturare tutto il sistema. Il Dott Robert Maurer, professore presso la UCLA University, adotta il kaizen “processo di piccoli passi per raggiungere grandi obiettivi. Questo concetto porta con sè una duplice valenza. Infatti come un evento traumatico può cambiare la percezione di una persona in un attimo,così può farlo una esperienza emozionale positiva. Questo concetto, simile a quello di insight  è utilizzato anche nella tradizione orientale buddhista mahayana, inteso come “piccola illuminazione”. Si tratta di un processo che ristruttura la percezione del soggetto rompendo i suoi schemi razionali, scardinando visioni rigide e credenze, che ostacolano il cambiamento.
  • Per fare in modo che la persona operi un cambiamento il terapeuta deve assumersi dei “rischi”. Nulla può cambiare senza la partecipazione attiva ed emotiva del terapeuta che deve empatizzare, ma non cadere nella trappola del consolare o colludere con il paziente. In questi termini egli deve svolgere un doppio ruolo. Quello di osservatore esterno dei meccanismi di funzionamento della patologia e quello di compartecipante della sofferenza della persona.
  • L’intervento sul sintomo. Hoyt afferma che: c’è “la tendenza dei terapeuti a cercare e trattare in maniera perfetta presunti complessi e soggiacenti problemi di personalità piuttosto che puntare direttamente ai disturbi del paziente”. Le ricerche sull’efficacia del trattamento, portate avanti da Nardone già 29 anni fa,dimostravano, grazie ai follow up a 3 mesi a 6 mesi e ad un anno, che “la scomparsa dei sintomi e dei problemi alla fine della terapia si manteneva nel tempo senza che si manifestassero ricadute o sintomi sostitutivi a quelli originari”.

Altre difficoltà del terapeuta

  • Il “Risvolto economico” può altresì rappresentare una trappola. Il terapeuta può essere incentivato a mantenere la relazione terapeutica per via del guadagno sicuro che ne deriva, senza pensare che, una risoluzione veloce dei problemi del paziente, portano ad un’ottima pubblicità per il clinico.
  •  “Il piacere” che può provare il terapeuta nel “vivere indirettamente una relazione duratura” con il paziente. Per questo è fondamentale che il clinico abbia svolto un proprio percorso terapeutico e che questo sia poi supportato da un’attenta supervisione dopo la terapia.
  • “Reattanza psicologica” ossia quello che induce a pensare “nessuno mi deve dire quello che devo fare. Sono un professionista”. Questo punto è particolarmente interessante, poiché in alcuni casi, se il terapeuta è in grado di assumere un atteggiamento “one down” sarà in grado di intessere una relazione più proficua con il paziente. L’atteggiamento “one down” rappresenta la predisposizione del terapeuta a comportarsi in modo non direttivo. Questo processo porta il paziente ad aprirsi con maggiore facilità e la costruzione di una relazione più salda con il paziente. A tal proposito nella psicoterapia breve si utilizza la “client theory of change” per identificare quali atteggiamenti o soluzioni abbia trovato la persona per risolvere il suo problema. Questa manovra ha un enorme effetto ristrutturante sull’autostima del paziente nel momento in cui si accorge che le soluzioni, in alcuni casi, sono già dentro di lui.

 

Conclusioni

In conclusione il miglior modo per riuscire ad essere efficienti in una terapia è quello di imparare a riconoscere dentro di noi, in modo chiaro, questi “stati”, per utilizzare al meglio le nostre risorse nella relazione con il paziente.

Gianpiero Strangio
Psicologo 

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Bibliografia

Duncan, Miller, Journal of psychotherapy integration, 2000

Hoyt F. Michael, Psicoterapie Brevi. Principi e Pratiche. (2009) Roma: CISU, 2018

Nardone, G., Watzlawick, P., L’arte del cambiamento. Firenze: Ponte alle Grazie, 1990.

Rogers Carl, On becoming a person. New York: Houghton Mifflin, 1961

Watzlawick, P.-Beavin, J.H.-Jackson, D.D., Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi. (1967) Roma: Astrolabio, 1971

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