Uno dei principi cardine della psicoterapia strategica è condensato nell’imperativo di Foerster (1973): “Se vuoi vedere, impara ad agire”. Questa assunzione sintetizza come il cambiamento passi attraverso l’esperienza e l’azione piuttosto che la conoscenza e la comprensione delle cause del problema.

Proprio per questo motivo, nella loro tradizione le psicoterapie brevi hanno fatto delle prescrizioni un caposaldo dell’intervento clinico. Le prescrizioni sono delle tecniche utilizzate in terapia con lo scopo di “far fare” qualcosa al cliente generalmente al di fuori della seduta. Questi compiti sono finalizzati a produrre un cambiamento in aree circoscritte della vita della persona ma a loro volta generano poi dei cambiamenti nell’intero sistema (Leonardi e Tinacci, 2022).

Alla base di questo approccio c’è l’idea che il terapeuta si assume la responsabilità di influenzare e intervenire in modo attivo sulla persona e sul problema che porta in terapia. Il ruolo più direttivo del terapeuta è uno degli elementi che caratterizzano le terapie brevi e in virtù di questo il terapeuta costruisce e pianifica un progetto terapeutico partendo da ipotesi formulate ad hoc per ogni singolo caso.

Le prescrizioni hanno inoltre l’intento di aggirare la resistenza al cambiamento del cliente proprio perché inducono a compiere delle azioni senza dover fare lunghi discorsi di convincimento. Esse rappresentano delle leve sull’agito della persona e conducono al cambiamento attraverso delle esperienze emozionali correttive (Alexander e French, 1946). Da queste esperienze conseguono quindi modifiche nel sistema psicologico del soggetto. In altre parole, le prescrizioni servono a sollecitare nuovi apprendimenti e da questi creare poi nuovi significati per il paziente.

“Se vuoi vedere, prima impara ad agire”

Uno dei principi cardine della psicoterapia strategica è condensato nell’imperativo di Foerster (1973): “Se vuoi vedere, impara ad agire”. Questa assunzione sintetizza come il cambiamento passi attraverso l’esperienza e l’azione piuttosto che la conoscenza e la comprensione delle cause del problema.

Proprio per questo motivo, nella loro tradizione le psicoterapie brevi hanno fatto delle prescrizioni un caposaldo dell’intervento clinico. Le prescrizioni sono delle tecniche utilizzate in terapia con lo scopo di “far fare” qualcosa al cliente generalmente al di fuori della seduta. Questi compiti sono finalizzati a produrre un cambiamento in aree circoscritte della vita della persona ma a loro volta generano poi dei cambiamenti nell’intero sistema (Leonardi e Tinacci, 2022).

Alla base di questo approccio c’è l’idea che il terapeuta si assume la responsabilità di influenzare e intervenire in modo attivo sulla persona e sul problema che porta in terapia. Il ruolo più direttivo del terapeuta è uno degli elementi che caratterizzano le terapie brevi e in virtù di questo il terapeuta costruisce e pianifica un progetto terapeutico partendo da ipotesi formulate ad hoc per ogni singolo caso.

Le prescrizioni hanno inoltre l’intento di aggirare la resistenza al cambiamento del cliente proprio perché inducono a compiere delle azioni senza dover fare lunghi discorsi di convincimento. Esse rappresentano delle leve sull’agito della persona e conducono al cambiamento attraverso delle esperienze emozionali correttive (Alexander e French, 1946). Da queste esperienze conseguono quindi modifiche nel sistema psicologico del soggetto. In altre parole, le prescrizioni servono a sollecitare nuovi apprendimenti e da questi creare poi nuovi significati per il paziente.

Tipologie di prescrizioni

Scendendo più nel concreto, le prescrizioni sono dei compiti che la persona è chiamata a svolgere tra una seduta e l’altra e possono riguardare sia comportamenti, sia emozioni, pensieri e atteggiamenti, da mettere in atto in modo sistematico o di fronte a determinati eventi. E’ molto importante il modo in cui vengono comunicate, con un linguaggio che deve essere efficace e suggestivo. Sulla base di come le prescrizioni vengono date possiamo raggrupparle in tre tipologie: dirette, indirette e paradossali.

Le prescrizioni dirette sono indicazioni chiare ad eseguire o non eseguire determinate azioni. Un esempio di prescrizione diretta è la congiura del silenzio, in cui viene espressamente detto alla persona di smettere di parlare del problema al di fuori della seduta. Le prescrizioni dirette hanno senso soprattutto con persone molto collaborative e con bassa resistenza al cambiamento.

Le prescrizioni indirette sono quei compiti che mascherano il loro vero obiettivo e hanno lo scopo di aggirare le eventuali perplessità del cliente per far sì che metta in atto l’azione desiderata. Spesso vengono proposte come ipotesi o impressioni con lo scopo di produrre un effetto diverso da quello dichiarato. Un esempio è quello di tenere un diario dei sintomi per chi soffre di ansia o attacchi di panico, con l’obiettivo di poterli monitorare. L’effetto secondario sarà lo spostamento dell’attenzione verso un compito semplice ma che impegna la persona nell’eseguirlo nel momento di maggiore ansia.

Le prescrizioni paradossali infine sono quelle che indicano al paziente di mettere in atto il comportamento problematico stesso. In altri termini si tratta della prescrizione del sintomo. Queste prescrizioni hanno particolare efficacia con problematiche spontanee e incontrollabili, come ad esempio le ossessioni: la richiesta di esecuzione volontaria del comportamento problema annulla la spontaneità irrefrenabile del sintomo di cui ci si vuole liberare.

Come dare le prescrizioni

Come accennato, nel dare le prescrizioni è molto importante l’uso del linguaggio suggestivo, che può servirsi anche di metafore, immagini e aneddoti. Ma è fondamentale soprattutto lavorare sulla relazione terapeutica: è questa infatti che rende efficaci le prescrizioni.

Il lavoro del terapeuta non può ridursi a meri protocolli se non tiene conto della relazione e dell’individualità di ciascuna persona. Per questo ogni prescrizione va “cucita su misura” di chi abbiamo davanti.

Dall’esperienza clinica di moltissimi terapeuti e studiosi si è creato nei decenni un vasto repertorio di tecniche e, considerando l’aspetto anche creativo di queste, il numero di prescrizioni esistenti è pressoché infinito. E allora come può il terapeuta districarsi nella scelta della tecnica più adatta al singolo caso?

Come dice Watzlawick (1991) “la risposta è di una semplicità quasi banale: […] esplorando con la massima cura ciò che la persona in questione ha fatto fino a quel momento per risolvere il suo problema”, vale a dire le tentate soluzioni disfunzionali.

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Alexander F. & French T. (1946) Psychoanalitic therapy. New York, NY: Ronald Press.

Foerster, H. V. (1973). On constructing a reality. In Environmental Design Research: Symposia and Workshops (pp. 35-46). Routledge.

Leonardi, F., & Tinacci, F. (2022). Manuale di psicoterapia strategica: 80 tecniche di intervento. Edizioni Centro Studi Erickson.

Secci, E. M. (2016). Le Tattiche del Cambiamento-Manuale di Psicoterapia Strategica. Youcanprint.

Watzlawick, P. (1991). Il linguaggio del cambiamento: elementi di comunicazione terapeutica (Vol. 59). Feltrinelli Editore.